Tony Cappellari: "Così si rilancia basket e Milano"

25.03.2010 17:13 di  Roberto Bernardini   vedi letture
Fonte: Corriere della Sera
Tony Cappellari: "Così si rilancia basket e Milano"

Se si pensa a quello che ha vinto con l'Olimpia Milano (5 scudetti, 2 coppe Campioni, 1 Korac, 1 coppa Coppe, 1 Intercontinentale, 3 coppa Italia), il rischio con Tony Cappellari è quello di cadere nel felice e divertente amarcord. Ma non c'è pericolo, merito suo, di un manager ben radicato nel presente e proiettato verso il futuro, pieno di idee, proposte. Presente e futuro non devono e non possono però oscurare un passato ricco di vittorie con quella Olimpia Milano imbattibile che Tony Cappellari guidava come general manager. Poi sono arrivate altre avventure più povere di vittorie, sicuro, ma nobili anch'esse, come Bologna, sponda Fortitudo e Varese, mete periferiche come Sassari (qui solo consulente) e Novara e poi basta, ahinoi, con il basket. Un basta si fa per dire, perché la sua vita professionalmente generosa come responsabile delle risorse umane di Quanta, importante gruppo italiano di formazione professionale, continua ad essere arricchita da questa passionaccia per il basket e per lo sport in generale. Cappellari è uomo dal carattere forte, a volte ruvido, per niente timoroso per esempio nel prendersela con chi (non) gestisce lo sport a Milano, una città che, da veneto trapiantato, adora.

«Questa città continua a tradire lo sport, gli sportivi, creando loro ostacoli, dimenticandosi delle strutture, dei palazzetti, delle piste di atletica, dei ragazzini. Valorizzare lo sport, agevolare la vita sportiva del cittadino, costruendo impianti adeguati, significa tenere in salute uomini e donne, farli quindi vivere meglio. Ma la politica milanese è sorda, affida lo sport ad amministratori che non hanno l'adeguata sensibilità sportiva. È da anni che è così, destra o sinistra non importa».

E sorda anche la «sua» Olimpia Milano «che quest'anno non mi ha mandato per la prima volta la tessera onoraria». La «sua» Olimpia lui la va a vedere lo stesso: «Devo molto a questa società, ci ho passato una vita, non posso dimenticare che ha trasformato un hobby, il basket, in un lavoro». Milano non vince più: come la si rilancia? «Ho una paura, una grande paura...» Quale? «Quella che andando avanti così, Giorgio Armani si possa stancare e tra una-due stagioni possa lasciare tutto. Sarebbe terribile ». Addirittura? «Potrebbe essere la fine dell'Olimpia». Come si fa a far felice Armani, l'Olimpia e i suoi tifosi? «Bisogna tornare alla figura del general manager. Livio Proli, il massimo dirigente dell'Olimpia Milano, non può dire che se ne può fare a meno. Si convinca che è un errore: lo sport ha concezioni diverse da quelle del mondo industriale dove 2+2 fa sempre 4. No, nello sport a volte può fare 503. Bisogna pensare che si gestiscono giocatori e campioni paragonabili a degli artisti con dinamiche diverse da quelle del mondo imprenditoriale ».

Altre ricette per Milano? «Bisogna ingaggiare americani che siano americani e curare meglio il settore giovanile: far crescere dei giocatori di serie A. Mi faccia dire una cosa sul grande Cesare Rubini... » Molto volentieri. Cosa? «Quando dirigeva l'Olimpia Milano, a fine stagione convocava gli allenatori dei giovani e diceva: "Fate schifo, non avete prodotto nemmeno un giocatore da serie A". Si obiettava, ci si difendeva: "...scusi Rubini, abbiamo vinto il titolo allievi, quello juniores... Lui col suo vocione interrompeva e sentenziava: "Sapete a cosa servono i vostri titoli? A far bella la carta intestata della società...". Che grande, Rubini...»

Anche il basket è malato, non solo Milano? «Il basket è addirittura moribondo». Dia la sua ricetta per guarirlo. «Ci vogliono tre condizioni, fondamentali ». La prima? «Progettualità. Voglio ricordare che il basket è sempre stato un movimento innovativo, ha lanciato la sponsorizzazione, ha modificato i campionati inventandosi i playoff. Mi correggo: non li abbiamo inventati noi, li abbiamo importati, ma nella vita e nel lavoro è importante anche copiare bene. La seconda condizione per il rilancio è la comunicazione. È troppo importante parlare, vendere, dialogare, arrivare alla gente. Terza condizione: ridurre il numero delle squadre e il numero degli stranieri». Siena forte, fortissima, troppo forte, un bene o un male per il basket? «Siena ha i suoi meriti, ha un grande manager come Minucci. Qui sì che esiste la progettualità, difatti sta già lavorando per il prossimo anno. Ma per il bene del basket è giusto che si crei un' antagonista. Siena dovrebbe aiutare le altre società a crescere». Scusi Cappellari: se parla di Siena è tranquillo, se parla dell'Olimpia Milano si accalora. Perché? «Ma non l'ha capito che io sono innamorato di Milano? Gliel'ho già detto».

Daniele Dellera