Mitch Johnson e la notte che porta i suoi Spurs alle Finals

Mitch Johnson e la notte che porta i suoi Spurs alle Finals
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C’è un momento, in ogni stagione, in cui le parole diventano l'espressione più compiuta di ciò che una squadra è stata. Per Mitch Johnson quel momento arriva dopo Gara‑7, quando San Antonio esce da Oklahoma City con un 111‑103 che vale il biglietto per le NBA Finals. Il coach non alza la voce, non cerca effetti speciali: preferisce tornare alle basi, a ciò che ha costruito il percorso degli Spurs. E lo fa con una frase che sembra quasi un manifesto: “I giocatori hanno fatto quello che hanno fatto per tutto l’anno”.

Johnson insiste sul valore del processo, sulla continuità che ha permesso a un gruppo giovane di reggere il peso di una partita senza domani. Parla di esperienza, ma la ribalta, la svuota del significato più comodo per riempirla di sostanza. “L’esperienza, molte volte, viene usata nella forma del ‘è meglio averla’ o ‘manca quando serve di più. E non si parla abbastanza delle abitudini, del carattere, della coesione, della risposta competitiva, delle cose di cui parliamo ogni giorno in queste sessioni con i media”.

Il suo discorso si allarga alla stagione intera, a un viaggio passato attraverso arene e contesti diversi, sempre con la stessa identità. “Mi prendo queste cose insieme all’esperienza che abbiamo accumulato guardando indietro a come abbiamo iniziato l’anno, a come siamo arrivati alla coppa in trasferta contro Denver, a Los Angeles, a quello che abbiamo fatto nella coppa, a quando abbiamo giocato contro questi ragazzi intorno a Natale un paio di volte, alle aspettative”.

Quando gli chiedono degli aggiustamenti dopo l’intervallo, Johnson non parla di schemi o lavagne, ma di volontà. “Nel secondo tempo abbiamo raddoppiato gli sforzi investendo nel portare le nostre giocate all’esecuzione e al completamento, e non nel nostro talento”. È una frase che racconta bene la partita: San Antonio non ha vinto perché più brillante, ma perché più fedele a se stessa.

Dentro quella fedeltà c’è anche Julian Champagnie, che Johnson definisce “parte integrante della nostra difesa di squadra, del nostro rimbalzo di squadra, e tutto questo ci permette di giocare veloce, che è la versione migliore della nostra offensiva. E quando è lui il destinatario, di solito la mette. È stato assolutamente fenomenale”. Il coach non si ferma ai numeri, perché la partita gli ha mostrato altro: un gruppo che ha saputo rispondere in tanti modi diversi, anche nei momenti più delicati.

C’è un passaggio, nel finale, che riguarda Victor Wembanyama e la gestione dei falli. Johnson lo racconta con equilibrio, quasi con orgoglio: “È stato bravo negli ultimi minuti a essere disciplinato e allo stesso tempo aggressivo in difesa, a essere un deterrente senza preoccuparsi di uscire per falli”.

E poi c’è la chiusura, che sembra il punto più sincero del suo racconto: “È stato divertente guardarli e cercare di aiutarli, essere nelle trincee con loro” . Una frase che restituisce l’immagine di un allenatore immerso nel gruppo, non sopra di esso.

San Antonio vola alle Finals con la sensazione di aver costruito qualcosa che va oltre una singola vittoria. Johnson lo sa, e per questo sceglie parole semplici, quasi quotidiane. Perché, in fondo, la sua squadra ha fatto esattamente ciò che fa da mesi: competere, crescere, restare insieme. E in una Gara‑7 in trasferta, non è mai una cosa scontata.

Redazione Pianetabasket.com
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