Femminile: come un movimento si fa male da solo

Mancanza di riconoscenza, consapevolezza di essere una grande squadra allargata, favori non richiesti e pressione su una sola giocatrice: ma si può?
24.07.2022 12:42 di Eduardo Lubrano Twitter:    vedi letture
Femminile: come un movimento si fa male da solo

C’è una cosa nella quale la pallacanestro femminile italiana eccelle dove altri sport non sono così bravi: farsi male da sola. O per interposta persona, vicina al mondo rosa, magari amica di qualcuno che chiede un favore a questa persona terza. Campioni olimpici, del Mondo, Europei in carica senza nemmeno giocare, davvero lo siamo.

Partiamo dall’esperienza più fresca e che in questa estate potrebbe forse regalarci altre soddisfazioni. Il Settore Squadre Nazionali Giovanili. E’ cosa nota – almeno alle persone che seguono questo movimento – che le nostre ragazze tra Mondiali ed Europei dal 2008 ad oggi, sabato è arrivata l’ultima in ordine di tempo, hanno vinto 14 medaglie. Ebbene all’esterno qualcuno lo sa? Questa messe di successi - arrivata in 13 anni reali di competizioni perché bisogna escludere il 2020 ed il 2021 “chiusi” per il Covid - non è mai stata celebrata se non con qualche parola di circostanza dai presidenti federali di turno, dai dirigenti e da qualche giornalista più appassionato.

Mai queste medaglie sono state utilizzate per fare pubblicità al settore, per un’operazione di marketing, per il reclutamento. Tutte operazioni delle quali la pallacanestro femminile nel nostro Paese avrebbe bisogno come l’aria per respirare e con urgenza, visto che il numero di tesserate sta scendendo ed è fermo a quota 20 mila. Una condizione che secondo qualcuno obbliga la Lega di serie A1 ad introdurre dalla prossima stagione la quarta straniera: “altrimenti non c’è il numero minimo di giocatrici per fare il campionato” dicono i sostenitori della novità.

Un ragionamento sensato che parte però, almeno secondo me, da un presupposto difficile da sostenere: dove è scritto che il campionato di A1 debba essere a 14 squadre? Una riduzione a 12 se non addirittura a 10 avrebbe l’effetto di concentrare le giocatrici italiane in poche squadre, mediamente equilibrate e farebbe salire di molto il livello del campionato. E guai a dire che all’estero fanno così: in Spagna e Francia per fare gli esempi più vicini a noi, hanno un bacino di circa 200 mila tesserate. Magari lì è un po' più facile fare squadre di livello con questa possibilità di scelta, o no? E poi noi dagli altri non dobbiamo copiare tutto senza riflettere, casomai bisogna adattare le cose buone alla nostra realtà.

Mentre ci avvicinavamo alla medaglia di bronzo della Nazionale Under 20, un risultato bellissimo, ho letto molte parole di ringraziamento dell’allenatore di quella squadra, Andrea Mazzon, bravo a salire sul podio, alle società ed agli allenatori di club per la formazione e la crescita delle giocatrici. E gli allenatori della Nazionali che in questi 13 anni hanno vinto con così tanta continuità? Cancellati completamente dalla memoria, come se il passato non contasse e le giovanili femminili fossero cominciate solo quest’anno. La pallacanestro è un gioco di squadra non solo in campo ma anche fuori. Fatto salvo il legittimo orgoglio di ogni allenatore di rivendicare il suo lavoro, quando si è in Nazionale si gode del lavoro anche degli altri e bisognerebbe avere la consapevolezza che si gioca in una grande squadra allargata.

Resta il fatto che di tante medaglie la Federazione non sa che fare perché nessuno sa a cosa serva veramente il settore giovanile: a creare giocatrici che un giorno potrebbero essere chiamate nella Nazionale senior o solamente a vincere e mettere le medaglie nel cassetto? Io credo che la risposta sia la prima e che le medaglie possano servire a fare da specchietto delle allodole per attirare le ragazzine verso il nostro sport - non serve solo questo ovviamente - facendo vedere loro che anche la pallacanestro femminile giovanile sa vincere e sa far buon uso delle stesse vittorie.

Poi c’è un argomento ancor più delicato. A metà mese di luglio su D, il settimanale al femminile de la Repubblica è uscito un articolo di un grande giornalista che si chiama Paolo Condò. La sua competenza e bravura nel calcio sono un punto fermo per chi vuole saperne di più di quel mondo; la lettura dei suoi articoli è sempre un piacere. Questa volta si è occupato – e comunque ha una passione per il basket – di Cecilia Zandalasini. Incensandola al punto da definirla o scrivere che è stata definita la terza giocatrice italiana più forte di sempre, dopo Mabel Bocchi (nella foto) e Catarina Pollini. Volendo essere pignoli, magari anche Laura Macchi è stata una star della nostra pallacanestro e tra Pollini e Macchi ce ne sono state di importanti eccome che è un peccato non citare. Ma la sintesi lo impone. Sui gusti si può discutere e come tale non è questo l’argomento del contendere. La parte finale è quella che lascia perplessi.

Dopo aver fatto una sintesi della carriera della nostra giocatrice, specie degli ultimi anni, Condò scrive: “Però la frontwoman del movimento deve fare qualcosa di più e perché succeda è necessario un chiarimento tra lei ed il c.t. della Nazionale Lino Lardo: i due non si prendono, tanto che a Bologna il tecnico è stato esonerato durante le semifinali scudetto. Non spetta a noi dire se in Nazionale debba accadere lo stesso ma è un segreto di Pulcinella il fatto che l’assenza di Cecilia dai raduni di giugno – giustificata da ragioni mediche – sia stata anche un modo per prendere tempo. A novembre cominciano le qualificazioni all’Europeo 2023, e l’Italia che si annuncia è una squadra molto competitiva. A patto che la sua punta dipinga il basket irresistibile dei giorni spensierati”.

E’ inutile girarci intorno: secondo questo pezzo, o meglio secondo la conclusione di questo articolo, l’ostacolo al “basket irresistibile” della Zandalasini, sarebbe Lino Lardo, il quale sarebbe bene che lasciasse la compagnia ad un altro allenatore. Visto che sempre secondo le parole di Condò, sarebbe stata Zandalasini la causa della cacciata di Lardo dalla Virtus. Dubbi sulla bellezza del gioco della Zandalasini e sulla sua tecnica non ce ne sono affatto. Sulla sua capacità di trascinatrice del gruppo forse. Perché se è vero che una “punta” deve essere messa nelle condizioni di esprimere al meglio il suo talento – e qui c’è ne è tanto – è altrettanto vero che una “punta” dovrebbe proprio col suo talento, essere in grado di alzare da sola il livello di una squadra. E questo ancora non è successo. La critica a Lino Lardo, se non un vero e proprio attacco, appare esagerata anche perché non tiene conto del resto della squadra. Che certamente è competitiva ma anche estremamente giovane e in una fase di cambiamento e rinnovamento delle giocatrici per il quale solo il tempo, gli allenamenti insieme, i raduni, i collegiali o come si vuole chiamarli, possono essere un aiuto.

Nel 1987 ho assistito sul posto, ad Atene dunque, al primo trionfo della Grecia maschile, era un campionato europeo. In quella quadra il quintetto era composto da quattro giocatori di classe superiore: Nikos Galis, Panagiotis Yannaakis, Theofanis Christodoulou, Panagiotis Fasoulas. L’allenatore era Kostas Politis al quale chiedemmo quale era il segreto di aver messo insieme questi fenomeni facendoli giocare come una squadra. La sua risposta fu : ”Ho preteso dai club che ogni lunedì mi mettessero a disposizione i giocatori che avrei chiamato in Nazionale per un raduno di un giorno per due anni”.

Altri tempi ed altre persone ma forse queste sono le cose sulle quali potremmo fare quel ragionamento di cui sopra cioè adattare alle nostre esigenze e realtà. E’ banale ripeterlo qui ma la Nazionale, le Nazionali hanno bisogno di tempo e nemmeno il più bravo degli allenatori ha la ricetta per mettere insieme un gruppo in pochi giorni. E poi Zandalasini.

E’ sin troppo chiaro che l’articolo è stato scritto per favorire la nostra “punta”. Ma forse, nonostante il tentativo di farla passare per una vittima – in Nazionale almeno – un ragionamento così le mette ancora più pressione addosso. Nel bagaglio di un campione ci deve essere anche la capacità di assumersi la forza della pressione, ma vogliamo dare a “Zanda” anche quella di scegliere il prossimo allenatore della Nazionale? Per carità succede in tutto il mondo ed in tanti sport di squadra, ma così apertamente è un po' troppo. O no?