E il sogno andò a canestro
Un'occhiata rapida verso l'alto, il braccio si stende, il polso si piega docile nel rilasciare la palla: tabellone, canestro. Nessuna esultanza apparente. Dodo si gira e torna veloce in difesa. Sono altri due punti per la Nazionale italiana contro la Francia. Finirà 41 a 38 per l'Italia. La prima, storica vittoria per gli azzurrini nei Campionati europei di basket in carrozzina per atleti sotto i 22 anni, svoltisi dal 23 al 29
luglio a Cantù (Como) e vinti dalla Svezia. Era più di dieci anni fa quando Domenico Miceli, per tutti "Dodo", nella sua casa di Taranto
allenava il movimento del polso, immaginando appena i campi da gioco. «Fin da quando ero piccolissimo ho avuto la fissa per
il basket. Prendevo una pallina di carta e facevo dei tiri nel cestino». Allora aveva otto anni, e mescolava le fantasie tipiche di ogni ragazzino con tutt'altri pensieri. Dalla nascita Dodo non ha mai camminato. Ha la spina bifida, una malformazione della colonna vertebrale che incide sul midollo spinale e che gli ha precluso l'uso dei muscoli delle gambe. Per questo quando ripensa all'incontro
con il suo sport, Dodo si apre in un sorriso placido. «Un giorno nel parcheggio dì un centro commerciale ho incontrato il fondatore
del Dream Team Taranto. Mi ha notato, si è avvicinato e mi ha chiesto se volessi fare basket. E io li ho visto la luce. Ho risposto:
certamente sì». Così, per nove anni Dodo ha giocato nella squadra locale: da sei è nella Nazionale giovanile. «Il basket mi ha cambiato nel cuore», dice con semplicità. «A volte mi chiedo come sarebbe
stata la mia vita se non fossi stato in carrozzina. Forse più semplice, ma probabilmente non così stimolante». A settembre Dodo
si trasferirà a Cantù, dopo diciotto anni trascorsi in Puglia con mamma Antonella e papà Pino. Probabilmente studierà Biotecnologie, la scienza nella quale la tecnica e la medicina
incontrano il corpo umano. Ma a Cantù andrà anche per giocare a basket. Lo ha ingaggiato la Briantea 84, la squadra fondata
da Alfredo Maison, l'imprenditore del legno che ha reso possibile anche il Campionato europeo. Nel quale per una settimana si sono
incrociate le storie di Dodo e dei suoi undici compagni della Nazionale, e quelle di decine di giocatori provenienti da altri sette Paesi europei. «Dev'essere chiaro che sono atleti e
che non sono qui per un passatempo», insiste Marco Bergna, l'allenatore della squadra. «Pretendiamo il massimo, senza scuse», com'è giusto che sia in una disciplina sportiva
dura e spettacolare insieme. Sulle prime sembra di assistere a un incrocio fra un balletto e una forma di lotta, scomposta
in tanti duelli. La palla viaggia veloce, le ruote disegnano curve e spigoli, mentre dal parquet sale un odore simile a quello che
fa la gomma quando brucia. Se qualcuno si ribalta e resta a terra con la carrozzina, il gioco non si interrompe fino alla conclusione
naturale dell'azione. «È proprio la carica agonistica a gratificarli», spiega Chiara Barbi, fisioterapista della squadra e, a suo modo, vice mamma dei ragazzi. «Il basket porta benefici in ambito fisico, ma anche psicologico, in quanto riavvicina al mondo della normalità
e facilita la socializzazione». Lo sport ha riunito le pernacchie di Stefano, i silenzi di Giacomo, e i canti e i cori di un gruppo che sa
scherzare mentre impara a parlarsi. Ma forse il vero uomo-spogliatoio della squadra è una donna. Silvia Giacobbo Dal Prà, l'unica ragazza della Nazionale, in uno sport che ammette squadre miste, ha 21 anni, tutti determinazione e dolcezza. Quando
a 13 anni è stata punta da una zecca, ne sono occorsi altri due di cure sbagliate prima di capire che aveva contratto il morbo di Lyme. Da allora Silvia si è dovuta servire di una carrozzina. Ma parlare di mobilità ridotta per lei non ha senso. Originaria di Vicenza,
ha vissuto a Padova e ora a Bologna, ma pensa di trasferirsi in Sardegna, seguendo la corrente degli studi e, insieme, del basket.
Immagina di diventare fisioterapista, ma anche di giocare nel Porto Torres. «Là c'è un allenatore bravissimo. E il mare». Vive, anche fisicamente, la sua passione politica, tra manifestazioni e feste. Per anni ha suonato l'organo, ora invece si dedica al corno francese.
«Adoro la pallacanestro, ma per ora la prendo soprattutto come un divertimento. Però ci terrei a giocare per quello che valgo. Non voglio alcuna condiscendenza solo perché sono una ragazza», dice Silvia. Ci pensa su e sorride. «È come con il corno francese:
non capisco perché venga considerato solo per fare da sfondo in un'orchestra. È uno strumento autonomo, che un giorno potrebbe
straripare». Come, forse, anche lei.
Stefano Zoja