È cominciata la maratona NBA del Martin Luther King Day alle 19:00
Come ogni anno, il Martin Luther King Day è un'opportunità per vivere una maratona di basket, con più di 12 ore di basket senza sosta nella NBA. Il programma odierno inizia alle 19:00, con gli Hawks, ancora senza Kristaps Porzingis e Zaccharie Risacher, che ospitano i Bucks di Antetokounmpo. Alle 20:30, i Cavaliers affrontano i Thunder. Durante questo incontro, i Wizards affrontano i Clippers (21:00) a seguire vanno in campo i Knicks che affrontano i Mavericks (23:00) contemporaneamente al duello tra Spurs e Jazz. Grande scontro tra gli Heat e i Celtics in cima alla Eastern Conference (02:00) mentre questa maratona si conclude a Golden State, dove i Warriors affrontano gli Heat (04:00).
LA STORIA DEL MARTIN LUTHER KING DAY
Il 4 aprile 1968 Martin Luther King venne ucciso sul balcone del Lorraine Motel di Memphis, Tennessee. La notizia fece il giro del Paese in pochi minuti, gettando gli Stati Uniti in una notte di shock e violente rivolte. Anche il mondo NBA fu travolto dal caos. Quel giorno, infatti, i Boston Celtics di Bill Russell avrebbero dovuto affrontare i Philadelphia 76ers di Wilt Chamberlain nelle finali della Eastern Conference. Dopo l’assassinio del leader dei diritti civili, la storica rivalità tra le due squadre passò immediatamente in secondo piano. La domanda che tutti si ponevano era una sola: ha senso giocare?
Una frattura profonda, anche nella NBA
Come nel resto del Paese, anche nella lega le opinioni erano divise. Jack Ramsay, general manager dei Sixers, ricordò che i giocatori erano sotto contratto e quindi obbligati a scendere in campo. Il commissioner Walter Kennedy evitò di prendere una posizione, lasciando la decisione ai proprietari. Alcuni dirigenti ridimensionarono l’importanza dell’evento, sostenendo che King non fosse una figura istituzionale. Baily Howell, ala bianca dei Celtics, non capiva perché la gara dovesse essere rinviata: «Che ruolo aveva? Perché dovremmo cancellare una partita per lui?», disse ai giornalisti. A Boston, Bill Russell – allenatore e giocatore – convocò una riunione. La squadra, composta in larga parte da atleti afroamericani, decise comunque di giocare. Anche Philadelphia arrivò alla stessa conclusione: sette giocatori votarono per scendere in campo, Chet Walker si astenne, mentre Wilt Chamberlain e Wally Jones si espressero per il rinvio. La partita venne confermata al Spectrum, temendo che una cancellazione improvvisa potesse alimentare ulteriori disordini.
Una gara svuotata, disputata solo per evitare tensioni
Nonostante la stagione avesse registrato il tutto esaurito, quella sera il palazzetto era lontano dal pienone. I Celtics entrarono in campo in silenzio, seguiti dai Sixers, ma l’atmosfera era cupa, priva di energia. Boston vinse 127-118, ma nessuno giocò davvero con la mente libera. «Sono rimasto sotto shock tutto il giorno», confessò Russell. «Per cinque ore non sono riuscito nemmeno a pensare». La seconda partita della serie venne invece rinviata di cinque giorni. Russell e Chamberlain parteciparono ai funerali di King. Il centro dei Celtics, pur vicino alle idee di Malcolm X, si recò nei quartieri neri di Boston per invitare alla calma: «Dov’è la prospettiva? La gente pensa che andare sulla luna o in Vietnam sia più importante che vivere qui. Le persone sono la nostra risorsa più preziosa».
La nascita del “Martin Luther King Day”
I Celtics, sotto 3-1 nella serie, riuscirono a rimontare e a battere i Sixers, per poi conquistare il titolo contro i Lakers. Ma King non c’era più. Subito dopo la sua morte iniziò negli Stati Uniti una lunga battaglia per istituire una giornata nazionale in suo onore. L’opposizione fu forte, e Ronald Reagan si dichiarò contrario, finché il Congresso non impose definitivamente la ricorrenza. Il primo “MLK Day” venne celebrato solo nel 1986. David Stern, da due anni commissioner NBA, colse immediatamente l’occasione per creare un tributo della lega: da allora, ogni terzo lunedì di gennaio, la NBA dedica l’intera giornata alla memoria di Martin Luther King.