Made in Italy, una scommessa da vincere!
Carlo Fabbricatore, essendo più giovane del sottoscritto di qualche anno, ben si intende, sta riproponendo in modo più sintetico, forse anche più aggressivo, quanto mi permetto di dire da qualche anno e quanto da due anni Pianeta Basket gentilmente riceve e pubblica.
Per una volta, al contrario, voglio essere meno pessimista ed addolcire i pensieri di Carlo, facendo riflettere sulla necessità SI di una rivoluzione organizzativa, economica e culturale del nostro Movimento, ma di farlo con gradualità e decisione, per non bruciare tutto senza distingui.
Se nell’attuale momento del nostro basket dovessimo valutare settore per settore, piazza per piazza, situazione per situazione e riportarle in una realistica e più sicura linea di galleggiamento, molte barche, nocchieri ed armatori, dovrebbero restare in porto, rifare gli esami o cambiare mestiere.
Ma noi amiamo la pallacanestro (meno il basket, figlio degenere) e desideriamo che questo sport proceda sicuro ed abbia condizioni e capacità di sviluppo serio e concreto anche in Italia, che faccia passo, dopo passo secondo la gamba (ridimensionamento economico), che rivaluti le eccellenze e le esperienze di un più o meno recente passato (lo spirito e la tecnica) e che finalmente produca una propria identità e mostri di esssere un tanto atteso “Made in Italy”
E’ questa la vera scomessa o finalmente, una seria presa di coscienza della realtà da parte di tutti, Dirigenti, Tecnici e Giocatori, che capiscano come il Professionismo (o pseudo tale) non può più vivere di continua svalutazione (aumento dei costi e calo della qualità), che l’immigrazione non può superare la velocità della già incontrollabile globalizzazione (tourbillon di arrivi e partenza a costi esorbitanti), che la massa del popolo non può pretendere riconoscimenti impropri ed insostenibili (campionati inferiori) e che i ricambi generazionali (settori giovanili) non sono solo terra di finanziamento (minibasket) od un frantoio che accogli tantissime olive (ragazzi) per produrre ogni tanto qualche litro di ottimo olio (Bargnani & Co.).
E’ una questione di equilibri, di etica, di coerenza tra realtà, desideri e concreta possibilità di sviluppo.
Chi vive e segue Siena sarà quantomeno perplesso di fronte alle parole di Fabbricatore, al mio ritornarci, ma la realtà senese, costruita negli anni, è solidamente ancorata al proprio sponsor ed è un fatto di costume tutto senense (17^Contrada) ed un’oasi irripetibile in altre parti d’Italia.
Treviso lo è stato fino a ieri, ma oggi abdica davanti a costi insostenibili ed il Patron riduce il passo verso una pallacanestro più sociale che agonistica, mentre Roma e Milano, per parlare di due realtà metropolitane in affanno e da analizzare, fotografono le incongruenze e le velleità di un Sistema spinto al collasso finanziario ed asservito sempre più all’esterofilia calcistica e deleterio esercizio.
Si, da anni scimmiottiamo il calcio credendoci il calcio. Ma il calcio, come da anni ci mostra, è un continuo rappezzare i bilanci, alcune volte con il chiudere un occhio, un altro con lo spalma debiti, un altro ancora accapigliandosi per i opprimenti diritti televisivi che lo hanno ridotto ad un vergognoso spezzatino da ingurgitare a tutte le ore.
Una piccola riflessione: se il calcio tornasse a giocare tutto alle 15.00 della domenica e se di conseguenza si riducessero gli introiti televisivi, quale sarebbe il risultato: di natura tecnica? (forse migliore), di riflessi economici? (certamente migliori), con più partecipazione popolare e con incassi dai diritti televisivi ridotti e non “bruciati” o “regalati” per i trasferimenti, ingaggi e stipendi e di natura finanziaria (più corretta), con un maggiore controllo e limpidezza dei bilanci (come tutte le Aziende).
L’equilibrio finanziario in una qualsiasi società è il primo obiettivo, tal volta si può chiedere un prestito e finire in rosso, ma questo disavanzo deve essere sempre sotto controllo e facilmente spalmabile su un medio perioro in caso di necessità estrema; un po' come in una partita di pallacanestro, nella quale la squadra in difficoltà deve essere intelligente e rinunciare a qualche tiro più velleitario (da 3), abbassare i ritmi (24”) per contenere il divario di punti in attesa del momento favorevole e doverne rimontare solo 10 invece di 20; magari vincendo anche la partita (lapalissiano, ma poche volte si ha questa lucida pazienza).
I concetti che con Carlo ed altri esprimiamo con passione e senza voler accusare alcuno, riteniamo che tutti ne siano consapevoli e convinti, ma che tanti preferiscano farsi portare dalla corrente e sfruttarne la deriva, più che riprendere i remi e ridare direzione, stabilità e sicurezza alla nostra instabile barca.
Se i primi di febbraio, l’unico topolino che verrà partorito sarà quello di rimettere a 16 Squadre i 2 Campionati maggiori nei prossimi due anni: lascio... a Voi il giudizio !
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