Addio a Renzo Ranuzzi, cuore virtussino

Fonte: virtus bologna
Addio a Renzo Ranuzzi, cuore virtussino

Ieri pomeriggio, domenica 16 marzo, se ne è andato Renzo Ranuzzi, uno dei grandi personaggi della storia bianconera.
Virtus Pallacanestro Bologna ha perduto un amico, un appassionato, un pezzo fondamentale della sua storia, e piange Renzo esprimendo vicinanza e affetto alla sua famiglia.
I funerali di Renzo Ranuzzi si svolgeranno giovedì 20 marzo, alle ore 15, alla Certosa di Bologna.

RENZO, UNO DEGLI EROI DELLA RINASCITA DEL DOPOGUERRA

“Mi ricordo il giorno del mio esordio in Sala Borsa. Giocavamo contro il Cus Firenze. Partii dalla panchina, la maglia aveva la grande V nera sul petto e lo scudetto, che i miei compagni avevano vinto l’anno prima. Senza esitare faccio un terzo tempo e vado su, verso il canestro. A momenti schiaccio, mi guardai attorno, il pubblico esultava. Fu il mio primo canestro da virtussino, poi ne feci tanti altri”.

Sono le parole di Renzo Ranuzzi, un grande della storia virtussina, scomparso ieri pomeriggio a Savigno all’età di 89 anni (era nato a Bologna il 14 luglio 1924).
 Da giocatore, Ranuzzi indossò la canotta con la V nera sul petto negli anni gloriosi del dopoguerra, e di quella Virtus che seppe vincere quattro scudetti consecutivi tra il ’46 e il ’49, gli ultimi tre dei quali conquistati con il suo determinante apporto. Erano anni di dilettantismo puro (“Facevo il tecnico di centrale alla Timo fino al primo pomeriggio e alle diciotto mi facevo poi allenamento o partita”, ricordava Renzo), ma anche di grande creatività, quelli del passaggio da Santa Lucia alla Sala Borsa che portarono definitivamente a Bologna la febbre della pallacanestro. Così li ricordava, da protagonista, Renzo Ranuzzi:

“In quella Virtus dei quattro scudetti dopo la guerra c’erano Marinelli, Vannini, Dondi, i più anziani, e poi noi giovani. Venivamo tutti da Santa Lucia ed eravamo una miscela irresistibile. La città che giocava a pallacanestro si trovava lì. Quello è stato il mio cortile. Facevamo dei tre contro tre fino alle 11 di sera. Nella Virtus prima della partita tutti a centrocampo in cerchio cantavamo “Par la mì bèla bàla, am bàla un occ, am bàla un occ, un occ”. Quando dopo vidi arrivare i gesti degli americani, il pollice alzato, il battersi il palmo della mano in alto, pensai che anche noi non eravamo così diversi, avevamo i nostri bei riti…”.
Tre scudetti da giocatore, otto stagioni in Virtus, e la grande soddisfazione di vestire la maglia della Nazionale alle Olimpiadi di Londra del 1948, le prime della pace mondiale ritrovata, quelle della ricostruzione. Venti presenze azzurre, e sarebbero state molte di più se Renzo non avesse dovuto dividersi tra basket e lavoro, perché di pallacanestro, all’epoca, non si viveva.

Fu anche il primo giocatore a passare da una sponda all’altra della Città dei Canestri, scegliendo il Gira, per poi passare alla Moto Morini e a Ravenna senza mai rinnegare il suo cuore virtussino.
 Col Gira iniziò anche la sua avventura da tecnico, fatta di tante promozioni nelle categorie minori (Gira dalla B alla A all’inizio della carriera, poi anni dopo (nel 1982) lo storico salto dalla B alla A2 con Roseto, e ancora dalla C alla B con San Severo e Grosseto), che lo portò anche sulla panchina della sua amata Virtus, in due occasioni: nel 1968-69, prendendo il posto di Jaroslav Sip, e nel 1980-81, richiamato da Porelli per portare la squadra alla finale scudetto e, insieme ad Asa Nikolic, a quella di Coppa Campioni persa per un punto contro il Maccabi a Strasburgo.

Redazione Pianetabasket.com
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