Con gli occhi del pianto, i Timberwolves battono i Cavaliers
In una serata segnata da un clima emotivo pesante, con la città di Minneapolis ancora scossa dall’uccisione di una madre di famiglia da parte delle forze anti-immigrazione ICE legate alla linea dura di Donald Trump, i Wolves scendono in campo con gli occhi arrossati ma le idee chiarissime, e alla fine firmano la quarta vittoria consecutiva piegando i Cavaliers 131-122. Per provare a contrastare il “very tall ball” dei padroni di casa, Kenny Atkinson pesca l’ennesimo quintetto diverso della sua stagione, il 21°: dentro il piccolo Craig Porter Jr. accanto a Darius Garland e Donovan Mitchell, un backcourt di talento ma non certo di stazza, chiamato a reggere l’urto fisico di Minnesota. L’esperimento, però, esplode subito tra le mani dei Cavs: Julius Randle vive una di quelle serate in cui sembra più grande del campo stesso, vola in alley-oop, colpisce dall’arco in prima intenzione, trova i compagni con letture lucide, e i Wolves scappano sul 17-5 mentre l’interno è presente in ogni azione che conta.
La gara, però, non è mai lineare e si trasforma presto in una sfida di pura mano calda: Sam Merrill entra in ritmo e cambia completamente il volto dei Cavaliers, quasi come se qualcuno avesse premuto un interruttore e riportato in vita il basket fluido e aggressivo della scorsa stagione. Per una decina di minuti buoni Cleveland ritrova mobilità, intensità, circolazione di palla, e i Wolves vengono letteralmente ribaltati: le palle perse di Minnesota si accumulano, il primo quarto si chiude con i Cavs tornati a contatto (32-31), poi la coppia Evan Mobley–Craig Porter Jr. spinge l’allungo fino al 45-37, con il lungo efficace in pick-and-pop e il giovane esterno che sorprende per personalità e presenza su entrambi i lati del campo.
I Wolves devono cercare un secondo fiato e lo trovano ancora una volta nel gruppo: Donte DiVincenzo punisce dall’arco, Rudy Gobert si fa sentire a rimbalzo offensivo, e il margine di Cleveland si assottiglia fino al 67-63 dell’intervallo, dopo che l’ultima preghiera di Anthony Edwards sulla sirena del secondo quarto si spegne sul ferro.
Il copione del rientro dagli spogliatoi sembra un remake del primo quarto, ma con toni ancora più marcati: Randle torna a dominare, i Wolves piazzano un 9-0 che ribalta l’inerzia e si riprendono il comando delle operazioni, questa volta senza più voltarsi indietro. Anthony Edwards e Jaden McDaniels si alternano nel ruolo di protagonisti, spingendo il vantaggio fino al +20 (104-84) nonostante i due timeout chiamati in rapida successione da Atkinson, incapace di trovare un correttivo immediato alla marea che lo travolge; eppure, come già successo nel primo tempo, Sam Merrill rifiuta di alzare bandiera bianca, si accende di nuovo e, supportato da un Donovan Mitchell finalmente aggressivo, firma una sequenza, che comprende due triple, che riporta i Cavs fino al -4 (121-117) quando si entra nel pieno del “money time”. È lì che Edwards indossa il costume da “clutch player”: dopo un blocco di Gobert, attacca il cuore della difesa, resiste ai contatti e trova un canestro complicatissimo che spezza il ritmo di Cleveland; Merrill prova ancora a rispondere dall’arco, ma McDaniels chiude la serata con un gesto destinato a restare nelle clip: in contropiede si alza, si fa rimbalzare il pallone sul tabellone e poi schiaccia con forza, facendo esplodere il pubblico: 131-122.