Caso Trieste, Il Piccolo replica a Petrucci: «Se non può esprimere giudizio chi dovrebbe farlo?»
"Non posso esprimere né giudizi né sentimenti, devo far rispettare le regole", queste le parole del presidente della FIP Gianni Petrucci in merito alla possibilità che il basket di Serie A perda Cremona e Trieste, al centro dei rumors su Roma. Alle sue dichiarazioni su La Gazzetta dello Sport, arriva la replica de Il Piccolo, a firma di Lorenzo Gatto: "Che non possa esprimere sentimenti e raccontare per chi batte il suo cuore è legittimo, ma se il garante del movimento non può esprimere un giudizio sul senso di svuotare una piazza storica per riempirne artificialmente un'altra, chi dovrebbe farlo? Il silenzio della Federazione, in questi casi, suona come un via libera implicito a un basket itinerante che rischia di perdere per strada la sua risorsa più preziosa: il pubblico".
E aggiunge: "Le regole, certo, esistono. Sono scritte nelle disposizioni organizzative annuali, quei commi che permettono a una società di cambiare pelle, nome e sede sociale al termine della stagione. Sulla carta, tutto sembra lineare: una delibera del Consiglio federale, una fideiussione pesante, la disponibilità di un impianto a norma e il gioco è fatto. Il titolo sportivo, che nel resto d'Europa è un diritto legato al merito e al territorio, in Italia può diventare un bene mobile. Ma la dignità di una tifoseria non si può inserire in un modulo di trasferimento. Spostare il basket da Trieste a Roma non è come traslocare un ufficio. Significa recidere un legame identitario profondo". Sul tema dei trasferimenti, la "normativa Fip, pur essendo rigorosa nei passaggi formali, dal divieto di compravendita diretta alla necessità di impianti idonei, lascia un buco nero etico. Se è vero che il Consiglio federale deve autorizzare ogni spostamento per tutelare la tradizione sportiva, come può giustificare l'abbandono di una piazza che la tradizione ce l'ha stampata sulla maglia?". Secondo Gatto il "basket italiano si trova davanti a un bivio. Da una parte la strada dei titoli in vendita, dove chi ha i mezzi può saltare la fila e comprare il diritto di sognare, dall'altra la strada del campo, della programmazione e del rispetto per chi, con serietà e impegno quotidiano, riempie i palazzetti. Se passerà l'idea che Trieste sia solo un titolo e non una comunità, il basket avrà forse guadagnato una vetrina a Roma, ma avrà perso la sua anima".