Roma in A2, una sconfitta del basket

 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 1932 volte
Fonte: www.marioarceri.it
Roma in A2, una sconfitta del basket

(di Mario Arceri). Gli esperti di statistica mi correggeranno, ma, a meno di errori grossolani, la Virtus Roma è l'unica squadra, con Milano (che pure visse momenti difficilissimi con il marchio Cinzano nel 1976), a non essere mai retrocessa nella Serie inferiore. Per la verità, questo accadde al termine della stagione 1993-94, dopo gli sfarzosi anni del Messaggero che portarono nel '92 alla conquista della seconda Coppa Korac della sua storia, ma accelerarono anche il declino della società dopo il crollo deil'impero di Gardini. La salvò Giorgio Corbelli, che da Brescia si trasferì a Roma, acquisì da Aldo Celada i diritti di Desio in A1 e scambiò la proprietà del club con Angelo Rovati che si trasferì a Forlì.

Da allora sono passati ventidue anni, e la Virtus, promossa in Serie A1 nel 1980 dandosi il cambio con Lazio e Stella Azzurra retrocesse e pervenendo allo scudetto in appena tre stagioni (nella quarta giunse anche la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale, nella sesta la prima Coppa Korac),...

non ha più vissuto momenti così difficili come l'attuale, imponendosi anzi, e in particolare nei quindici anni di presidenza di Claudio Toti, tra le società di vertice in Italia e, a lungo, in Europa.

Dopo trentacinque anni, la Virtus torna in Serie A2, lo dovrebbe ufficializzare oggi il Consiglio Federale. E lo fa non per un verdetto sul campo (come nel 1994, salvandosi, va ripetuto, per l'intervento di Corbelli), ma per scelta del suo proprietario. In queste ore sul web si è scatenata la rabbia dei tifosi, alternata a considerazioni più ragionevoli e ragionate. Resta comunque il più che comprensibile choc per una decisione che toglie alla Virtus e alla città il basket che conta e un ruolo importante nel basket italiano.

Questo è il primo dato di fatto: la nostra pallacanestro è sicuramente più povera  e meno credibile se perde al suo vertice una squadra della Capitale. Probabilmente non accade in alcun altro campionato europeo.

Il secondo motivo di riflessione si riferisce alla città: dopo il Banco di Roma, con i suoi successi, e il Messaggero, con le sue delusioni, non è più stata in grado di offrire risorse al suo club più prestigioso e un sostegno adeguato al suo proprietario.

Il terzo attiene al pubblico: un manipolo di impagabili appassionati, tanti simpatizzanti in grado di mobilitarsi solo in occasione di eventi importanti, facendo però mancare quella continuità di adesioni massicce che la maggiore città italiana potrebbe e dovrebbe offrire nel secondo sport di squadra nazionale.

il quarto motivo è collegato al precedente: la evidente difficoltà di stabilire con i romani un rapporto di affetto, di considerazione, di appartenenza stabile, duraturo, soprattutto con numeri accettabili, nonostante i traguardi che pure sono stati raggiunti e che si possono sintetizzare nelle due finali scudetto e nelle cinque semifinali dei play off, oltre ad una costante presenza nella parte alta della classifica, che in qualsiasi altra piazza avrebbero giustificato un'attenzione maggiore e costante.

Il quinto motivo di riflessione è più generale: sono sempre più numerosi i personaggi storici della pallacanestro che hanno deciso di uscire, da Benetton a Scavolini, da Cazzola a Seragnoli, in tempi più antichi Stefanel e la famiglia Maggiò, e sempre o quasi l'addio ha determinato il ridimensionamento, a volte drastico, del club di riferimento. Regge Giorgio Armani, che nel basket è però entrato da pochi anni. Da un lato si tratta di un processo fisiologico per l'esaurirsi dell'amore o della convenienza, indolore se alle spalle c'è chi è in grado di prenderne il posto con analoghe risorse e con altrettanta convinzione, dall'altro il simbolo della trasformazione del nostro basket, della sua perdita di appeal per tante decisioni scellerate che si sono ripetute negli anni, dell'inevitabile ridimensionamento al quale la difficile condizione economica del Paese obbliga una disciplina che non è in grado di autofinanziarsi - come accade in molte altre realtà europee - anche per i gravi limiti strutturali (Palazzetti piccoli e obsoleti) che non è riuscita a superare diventando eccessivamente onerosa e sempre più difficilmente sostenibile.

Non è azzardato pensare che alla base della decisione di Claudio Toti di ridimensionare il suo impegno ci siano queste considerazioni, oltre naturalmente ad altre di natura più personale e che, come tali, vanno rispettate. Certo, costano il declassamento, una retrocessione di valori, tecnici (la Serie inferiore) e sentimentali (la delusione dei tifosi), difficile da accettare nella consapevolezza che, se è facile scendere, sarà assai più difficile risalire rapidamente con una sola promozione e la concorrenza di squadre attrezzate e di ottima tradizione (Verona, Brescia, ma anche e soprattutto Fortitudo, Siena, Rieti, le tre neopromosse dalla Serie B che forse non saranno immediatamente competitive, ma che aumentano sicuramente il prestigio della Serie cadetta).

Credo di comprendere l'amarezza di Toti per avere solo sfiorato, in tutti questi anni, risultati importanti, venendone più volte respinto da fattori esterni che, alla fine, hanno motivato la sua opposizione, insieme a Villalta e alla Virtus Bologna, alle politiche della Lega. Così come quella derivante dalla constatazione che una città grande come Roma non sia stata in grado di fornirgli un adeguato sostegno in particolare in questa occasione a livello sa istituzionale sia industriale.

Apprezzo però la scelta di non distruggere quanto fatto finora e per quindici lunghi anni. Quale sia stato il motivo che nel 2000 l'abbia indotto a prendersi in carico una società che rischiava di scomparire, ha finito per amarla e per amare il basket, dimostrandolo anche in questa occasione non abbandonandola al suo destino, ma affrontando con coraggio - nei confronti dell'opinione pubblica - il suo ridimensionamento. E' un passo indietro: che sia il primo verso il definitivo disimpegno nella speranza di trovare presto le mani giuste in cui consegnare la Virtus, oppure rappresenti una pausa che serva a ristrutturare la società e a consolidarla su nuove basi, lo diranno i prossimi mesi.

Dopo averla seguita per trentacinque anni, aver registrato le sue vittorie (un po' datate) e i suoi numerosi momenti di difficoltà, non mi è semplice, direi anzi doloroso, vederla nel campionato cadetto. Però c'è, e il dibattito aperto sul web dimostra quanto sia ancora grande l'attenzione e la passione dei suoi tifosi, il patrimonio più importante di ogni realtà sportiva: consideriamolo un nuovo punto di partenza.