In Italia non ci sono squadre? Me ne vado in Ucraina! La storia di coach Marco Sodini

03.10.2012 17:50 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 5052 volte
In Italia non ci sono squadre? Me ne vado in Ucraina! La storia di coach Marco Sodini

KIEV - Dalle V nere ai lupi. È il 'cambio di casa' che ha fatto negli ultimi giorni Marco Sodini. Il 39 enne viareggino, ex viceallenatore della Virtus Bologna, ha salutato l'Italia e si è accasato alla Bc Kiev, formazione della capitale ucraina, dove ricoprirà il ruolo di vice per un altro tecnico italiano: Renato Pasquali coach che con la squadra gialloblu ha già vinto un campionato nel 2005. “In Italia non trovavo offerte interessanti e il mercato è fermo quindi ho deciso di emigrare” dice il tecnico con trascorsi in panchina nelle nazionali giovanili italiane, Lucca e Livorno.
Sodini, ingaggiato 'last minute' dato che il precedente vice di Pasquali se ne è andato pochi giorni fa, andrà a irrobustire la truppa di allenatori italiani alla guida di formazioni di altri paesi tra cui spiccano Ettore Messina e Simone Pianigiani. Un fenomeno, quello dei tecnici tricolori, che sta prendendo piede e contagiando le dirigenze di molti club europei.

Scariolo, Pianigiani, Messina.... come mai va così tanto l'allenatore italiano all'estero?
“Potrebbero essere molti di più di quelli attuali perché la scuola tecnica italiana – spiega Sodini – è una delle migliori al mondo. Il problema, oltre al fatto che siamo tra i peggiori a parlare in inglese, è che gli allenatori italiani che avrebbero mercato anche all'estero non si muovono volentieri a dispetto dei colleghi stranieri che si spostano senza problemi. Qua in Ucraina ci sono ben 12 capoallenatori stranieri così come ce ne sono parecchi anche in Italia. Se gli italiani cominceranno ad avere voglia di muoversi, saranno in tanti ad attraversare il confine nazionale per andare a sedere sulla panchina di club stranieri”.

Cosa ti ha spinto a provare questa nuova avventura?
“Dopo esser andato via da Bologna ho cercato squadre nel campionato italiano. Il mercato di quest'anno è talmente condizionato dalla pochezza economica che bisogna guardarci intorno. Opportunità in Italia non ce nera (nell'attesa di trovare squadra ha allenato le giovanili dell'Italia, ndr) e dall'estero mi erano giunte proposte per allenare le nazionali della Malesia e della Thailandia oltre a una squadra in Nuova Zelanda, campionato di fascia minore rispetto a quelli che cercavo. Renato Pasquali, capoallenatore del Bc Kiev dove è considerato uno zar dato che nella sua precedente esperienza in Ucraina ha vinto il campionato, cercava un vice e pensava che io potessi essere adatto. Quello ucraino è un campionato di livello con 5-6 squadre di prima fascia. Ho accettato quasi subito”.

E' stata dura lasciare l'Italia?
“Francamente la cosa dura più dura in questo momento è che qua a Kiev sono poche le persone che parlano inglese. Tutti parlano in russo. Parlo della vita di tutti i giorni ovviamente. I giocatori parlano russo e inglese con gli allenamenti che vengono 'fatti' in inglese visto che ci sono giocatori statunitensi in squadra. È chiedere qualcosa anche nei negozi che al momento è un po' un problema”

Quali sono le differenze che hai subito potuto notare con l'Italia?
“In primis che ho visto il mio nome scritto in cirillico sul sito della società (ride). Per il poco che ho visto posso dire che a livello organizzativo sono meno simili a una squadra professionistica italiana di quello che pensavo. Mi spiego. C'è moltissimo personale che ruota intorno alla squadra, cheerleader, violinisti che suonano l'inno prima della partita, addetti generici, fisioterapisti insomma un sacco di persone. Però tutto sembra approssimativo. Ci sta che sia dovuto al fatto che sono qua da poco e non sono 'dentro' al sistema Bc Kiev. Vi saprò dire”.

Ora che stai vedendo il basket italiano dal fuori, pregi e difetti?
“Il campionato di quest'anno è di livello un po' più basso rispetto alla passata stagione a causa di meno soldi. Facendo un esempio, il budget di Siena di quest'anno è la metà di quello della passata stagione. Nonostante il minor denaro però c'è comunque grande professionalità. E questo è un pregio. Il contro beh... c'è troppa esasperazione. C'è la ricerca di dover stare tutto giorno a fare basket, analizzando partite su partite coi video, raccogliendo una quantità incredibile di informazioni che poi sarà impossibile 'passare' ai giocatori. C'è troppa quantità mentre manca un po' la ricerca della qualità, come nel calcio”.

Dove pensi che possa arrivare la tua squadra?

“L'obiettivo penso siano i playoff anche se non sappiamo neppure noi dove possiamo arrivare. Stiamo ricostruendo con l'obiettivo di far crescere i giocatori. E' una squadra giovane. Il budget di questa squadra non è nemmeno lontano parente di quella dell'anno passato ne è come quello di altre squadre del campionato. Nei giorni scorsi abbiamo incontrato una squadra dove due giocatori guadagnavano quanto tutta la nostra squadra. Comunque come detto non sappiamo neppure noi dove possiamo arrivare dato che abbiamo fatto il prestagione senza giocare contro altre squadre ucraine ma solo con squadre straniere quindi non abbiamo appieno il polso della situazione”.

Dove ti vedi tra qualche anno, ancora in club stranieri o nuovamente in Italia?
“Beh dove mi vedo. Francamente già da quest'anno mi vedevo come capoallenatore. Che siano club stranieri o italiani non importa. Cerco un miglioramento personale e di stipendio magari. Il mio capoallenatore attuale è considerato un grande formatore. Vedremo. Esperienza ce l'ho. Quando allenavo le giovanili dell'Italia ho allenato giocatori come Aradori e Gallinari. Sempre con le giovanili ho perso una finale scudetto contro Siena mentre da vice l'esperienza di Bologna è stata importante. In Italia però nonostante abbia curriculum di altissimo livello non si riesce a trovare una panchina da capoallenatore. Nel nostro paese si cercano persone che abbiano esperienza da capo ma non gliela si fa fare. Un paradosso. Vedremo se con la riforma dei campionati del prossimo anno qualcosa cambierà. Staremo a vedere”.
 

Francesco Bertolucci

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