Francis "Chick" Hearn: come nasce la comunicazione nel basket della NBA

Palla a spicchi
venerdì, 08 novembre 2024 alle 15:21
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(di FRANCESCO RIVANO). “Meriti una statua!!!” Avete mai sentito questa espressione per manifestare, anche in toni esagerati, un senso di ringraziamento per qualcuno che, grazie alle sue gesta, abbia risolto un problema grave, tolto da una situazione di imbarazzo o fornito le indicazioni per garantire un condizione favorevole? Negli Stati Uniti e non solo, nel mondo dello Sport a meritare le statue sono i personaggi che hanno lasciato un segno indelebile in un determinato contesto. Insomma, un modo particolare per dire “grazie” per i tuoi servigi. Basti vedere i personaggi raffigurati all’esterno della CryptoArena.com, o dello United Center; oppure recarsi a Calabasas per commemorare Kobe o ancora fare una passeggiata nella Legend Walk di Philadelphia per ammirare gli omaggi resi ai campioni che hanno vestito la maglia dei Sixers. E a Miami? Se dovessimo individuare un giocatore che, con la casacca degli Heat, si è guadagnato il privilegio di essere ricordato per sempre da una statua, nessuno esiterebbe a pronunciare il nome di Dwyane Wade. E in effetti la statua per ricordare Flash è stata fatta, ma già il fatto che lo stesso protagonista abbia faticato a riconoscersi nella scultura la dice lunga sulla qualità del’opera realizzata da Oscar Leon e Omryi Amrany. Tralasciando l’ironia e l’ondata divertente di meme che ha investito l’evento, la celebrazione di Wade mi ha lasciato un pensiero che credo possa essere comune a molti altri che amano lo sport. A quale dei tanti personaggi riprodotti in sculture mi piacerebbe immedesimarmi, in quale posa mi piacerebbe essere raffigurato? Suvvia, non fate i modesti o i superiori, sono pronto a scommettere che una buona fetta di voi, anche se solo da bambini, avrà sognato di diventare un campione affermato, quindi vi chiedo: in qual luogo, con quale maglia, in che sport avreste voluto “meritare una statua” a voi dedicata?
Da poco ho scoperto che prima delle statue di Jerry West, di Kareem, di Shaq, il secondo Laker dopo Magic a meritare la memoria eterna grazie a una statua non è stato un giocatore. Eh si, in ordine cronologico, le statue poste nella Star Plaza sono state dedicate a Magic Johnson, a Wayne Gretzky (campione dei Kings militanti nella NHL), al pugile Oscar De La Hoya e solo dopo sono arrivati gli omaggi Mister Logo, a The Captain a The Big Diesel e a Elgin Baylor. Prima di questi ultimi è stato riconosciuto il valore e il lavoro di chi i Lakers li ha portati addosso per un intera carriera. E non parlo di una carriera sportiva e quindi limitata nel tempo; parlo di una carriera professionale che ti accompagna per tutta la vita, da quando diventi consapevole di essere per la prima volta un uomo a quando ti rendi conto che il tempo stringe e sarai uomo ancora per poco. Una carriera fatta di parole che hanno fatto sognare, immaginare, innervosire, sperare e spesso gioire chi era all’ascolto. Una carriera spesa a divulgare un’arte raffinata, quella della comunicazione.
Francis nasce nel freddo novembre di Buda, Illinois nel 1916, vedendo la luce nell’esatto momento in cui, a un oceano di distanza, per molti ragazzi suoi compatrioti quella stessa luce si spegneva a causa di ideali dei quali neppure erano a conoscenza. La passione per la palla in cuoio esplode alla Amateur Athletic Union nella Bradley University e proprio lì nasce quell’episodio che, seppur cruento e spiacevole lo ha reso per sempre riconoscibile ed immortale: da Francis a semplicemente “Chick” in onore di quel pollo morto trovato in una scatola confezionata accuratamente dai compagni di squadra, burloni e pionieri del bullismo, dai quali si aspettava di ricevere nient’altro che un paio di scarpe nuove da sfoggiare all’allenamento successivo. La carriera professionale parte da pochi dollari, precisamente quarantasette a settimana, che lo ripagano della sua professionalità innata nel comunicare agli altri, fosse anche solo per leggere le previsioni del meteo, per poi crescere e farsi notare laddove la sua passione era più forte e accesa come un fuoco che bruciava dentro da ragazzino: il basket e il racconto delle gesta dei Los Angeles Lakers. Un cammino lungo fatto di ben 3.338 partite consecutive a commentare i giallo-viola per rispetto di una promessa fatta a se stesso nel giorno in cui il maltempo gli impedì di sedere al suo posto di fronte all’inseparabile microfono. Un viaggio dal 21 novembre 1965 a raccontare la sconfitta contro i Sixers di quel Wilt Chamberlain che presto avrebbe ritrovato in maglia purple&gold fino alla vittoria contro i Warriors del 20 Dicembre 2001 con Kobe e Shaq a dominare la Lega: un percorso fatto di inebrianti vittorie e di cocenti delusioni.
Il suo dono nell’arte della cronaca permetteva ai radioascoltatori di trasformarsi in telespettatori, l’inventiva ha permesso ai suoi successori di depredare un vocabolario che genialmente ha creato per il gioco con uno stile particolare e inconfondibile. Ognuno di noi ha uno scopo in questa vita e quello di Chick è stato quello di diffondere il verbo sportivo: dal momento in cui l’essere umano ha iniziato a camminare su due gambe e ha avuto necessità della parola, fino all’esasperazione della divulgazione condivisa oggidì per mezzo dell’evoluzione tecnologica, ci si è resi conto di quanto personaggi come Chick, in grado di far vivere emozioni attraverso il racconto, meritino lode e onore. Qui si parla di basket e in quest’ambito Chick si è sempre classificato a un livello d’eccellenza, riconosciuta anche da un gonfalone che sventola tutt’oggi assieme alle maglie ritirate dei campioni che hanno indossato l’amata maglia dei suoi Lakers. Avete mai sentito i cronisti del basket usare espressioni tipo “linea della carità” o partita “in ghiaccio”? Neologismi definiti “Chickisms” frutto di una mente elevata della comunicazione. Sono passati oramai più di vent’anni dalla morte di un’icona del racconto sportivo, una morte ancor più dura di una vita, vissuta sempre con il sorriso, che lo ha costretto a seppellire due figli, una morte arrivata a pochi giorni dal 64esimo anniversario con Marge. Ecco quindi la mia risposta. La posa nella quale ho sognato di essere immortalato è quella di Chick Hearn, seduto dietro a una scrivania, con le cuffie e il microfono intento a regalare emozioni, perché la comunicazione nello sport è importante quanto l’azione sportiva stessa soprattutto quando è di un livello superiore. Ah, sapete chi ha realizzato la statua di Chick? Si proprio Omryi Amrany lo stesso che ha contribuito a realizzare quella di Wade, ma evidentemente le parole di Chick lo hanno ispirato di più dei canestri di Dwyane.
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Francesco Rivano nasce nel 1980 nel profondo Sud Sardegna e cresce a Carloforte, unico centro abitato dell'Isola di San Pietro. Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Cagliari, fa ritorno nell'amata isola dove vive, lavora e coltiva la grande passione per la scrittura. Circondato dal mare e affascinato dallo sport è stato travolto improvvisamente dall'amore per il basket. Ha collaborato come redattore con alcune riviste on line che si occupano principalmente di basket NBA, esperienza che lo ha portato a maturare le competenze per redigere e pubblicare la sua prima opera: "Ricordi al canestro" legato alla storia del Basket. E da pochi mesi ha pubblicato la sua seconda, dal titolo "La via di fuga" Link per l'acquisto del libro.

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