Non sempre le storie lunghe hanno addii semplici. Forse perché, quando durano tanto e regalano gioia, si fa fatica ad accettare che finiscano davvero. E allora si cercano spiegazioni, colpevoli, sfumature che rendano più sopportabile il distacco. Ma la verità, a volte, è molto più lineare: due strade che per undici anni hanno viaggiato insieme, a un certo punto si separano.
Alessandro Pajola e la Virtus Bologna sono stati questo. Una storia lunga undici anni, nata nel settore giovanile e cresciuta passo dopo passo, senza scorciatoie. Il ragazzo arrivato da Ancona è diventato prima il “cinno” di Bologna, poi il playmaker della Segafredo, infine uno dei simboli più riconoscibili della pallacanestro italiana.
Non è stato un percorso costruito sui riflettori. Pajola non è mai stato il tiratore da trenta punti, il giocatore delle copertine facili in un basket che misura tutto attraverso il tabellino. Eppure, chiunque abbia visto la Virtus di questi anni sa che la sua importanza andava ben oltre i canestri. Difesa, letture, intelligenza, aiuti, recuperi, passaggi: un modo di stare in campo sempre al servizio degli altri, quasi più interessato al successo della squadra che al proprio.
È anche per questo che Bologna lo aveva adottato.
In undici stagioni in bianconero, Pajola ha vinto praticamente tutto: due scudetti, una EuroCup, una Basketball Champions League, tre Supercoppe Italiane. È mancata soltanto la Coppa Italia, dettaglio che non cambia il peso specifico di una carriera già entrata nella storia della Virtus.
Poi è arrivato l’ultimo anno.
Con il passare del tempo, dopo un decennio di apprezzamenti ricevuti anche fuori dalle Due Torri, è cresciuta in lui la voglia di misurarsi con qualcosa di diverso. La Virtus aveva pensato di affidargli definitivamente l’eredità di Marco Belinelli, consegnandogli il ruolo di capitano. Ma a ventisei anni Pajola ha sentito il bisogno di provare un’altra strada.
Una scelta legittima.
Eppure, da quel momento, fuori dagli uffici della Virtus si è iniziato a raccontare altro. Come se la decisione di partire dovesse per forza trasformarsi in una colpa. Come se una storia così lunga non potesse chiudersi senza lasciare macerie.
L’infortunio al menisco di fine dicembre ha alimentato i sospetti. Un giocatore che dal 2017 aveva disputato 418 partite su 440 disponibili, praticamente sempre presente, si è ritrovato improvvisamente al centro di dubbi e interpretazioni. Il recupero che si allungava, il problema all’altro arto dovuto ai tentativi di accelerare il rientro, ogni dettaglio è stato letto con diffidenza.
E persino un gesto nato per stemperare la tensione è diventato materia di polemica.
In gara 3 della semifinale scudetto, dopo l’espulsione di Daniel Hackett, Leonardo Candi si è avvicinato alla panchina chiedendo un abbraccio chiarificatore a Pajola su invito degli arbitri. Una scena vissuta sul parquet come un momento di distensione, ma raccontata fuori come un oltraggio. Senza conoscere davvero ciò che stava accadendo in quei secondi.
“Aveva già la testa altrove”, si è detto.
Ma chi era lì ogni sera vedeva altro: un Pajola sempre in panchina, pronto a sostenere i compagni, a consigliare, a esultare per ogni canestro della Virtus. Spesso con una partecipazione emotiva persino superiore a quella di molti altri.
Solo che, a un certo punto, la percezione aveva già preso il sopravvento.
Per questo il messaggio di addio pubblicato oggi su Instagram lascia una sensazione strana: non cancella undici anni d’amore, ma li accompagna con una premessa che rende tutto più amaro di quanto avrebbe dovuto essere.
Forse non serve scegliere una parte.
È normale che la Virtus sia dispiaciuta per la decisione del suo simbolo. Ed è altrettanto normale che un ragazzo di ventisei anni voglia provare a capire fin dove può arrivare lontano da casa. Alcune separazioni fanno male proprio perché nessuno ha davvero torto.
I numeri, intanto, resteranno.
MVP della Supercoppa Italiana 2021. Miglior Under 22 della Serie A. Due volte Miglior Difensore dell’Anno. Quarto giocatore nella storia della Virtus per presenze con 545 gare ufficiali. Secondo miglior assistman di sempre con 820 assist, dietro soltanto a Roberto Brunamonti.
Numeri enormi per un giocatore che ha appena ventisei anni.
Non sappiamo ancora se il futuro di Pajola sarà a Roma o all’estero. Sappiamo però che il suo nome è già inciso nella storia della Virtus Bologna. E quando una storia ha lasciato così tanto, forse la cosa più giusta è salutarla con un arrivederci.
Perché non tutte le storie lunghe meritano di diventare un addio.
Un pezzo di Virtus resterà sempre anche suo.