(di DAVIDE COLOTTI).
Esattamente 20 anni fa, il 9 luglio 2006, la nazionale italiana di calcio alzava al cielo il suo quarto titolo mondiale. Nell'estate americana delle imprese di Capo Verde e della prima e pericolosa squalifica revocata "su richiesta", una distanza siderale ci separa, in qualità di semplici e mesti spettatori, da ciò che fu.
Qualche mese prima, la Carpisa Basket Napoli dell'indimenticabile Lynn Greer aveva appena conquistato una storica Coppa Italia, capolavoro che ancora riecheggiava nell'estate monopolizzata dai successi della "pedata", quando tutti canticchiavano il celeberrimo "poo po po po po poooo poo" tratto da "Seven nations army" dei White Stripes, ovvero la coppia artistica e sentimentale formata da Meg e Jack White.
Vent'anni dopo, è un'altra Napoli, che nel frattempo ha vinto un'altra Coppa Italia, e un altro Jack White incrocia il suo destino con il nostro Paese. O forse è il primo, perché il chitarrista e cantante dei White Stripes in realtà si chiama John Anthony Gillis. Di sicuro, è il secondo cestista della nazionale australiana di cognome White ad approdare nel campionato italiano in poche ore, dopo il nuovo playmaker varesino
William McDowell-White, figlio della stella del football australiano Darryl White. E, altrettanto di sicuro, Napoli ci ha preso gusto a pescare dalla NBL australiana, dopo gli inserimenti, nella scorsa primavera, di Nick Marshall e
Milton Doyle, quest'ultimo arrivato proprio dai Melbourne United tanto cari a Jack White, con cui ha vinto il titolo all'esordio da professionista nel 2020/21 e con cui ha giocato anche nel 2021/22 e nel 2024/25.
Ma chi è Jack White? Visto il precedente non immaginifico di Marshall, si può partire da questo assunto: è un giocatore di altra pasta e altro pedigree rispetto all'ala rientrata nei ranghi dei Tasmania JackJumpers. Se di "tasmaniani" si tratta, il paragone che regge di più è quello con l'ormai ex triestino Josh Bannan, sia per ruolo, che per propensione al rimbalzo, che per centralità nel campionato di casa. Jackson Thomas White nasce il 5 agosto 1997 a Traralgon, 164 chilometri da Melbourne. Ala di 201 cm, si disimpegna prevalentemente da "quattro" nel basket FIBA e vanta un quadriennio collegiale nei prestigiosi Duke Blue Devils. Avremmo potuto titolare "un campione NBA per Napoli", ma 17 partite di regular season e 0 di playoff a medie di 1,2 punti in 4 minuti non sono quella che definiremmo una pietra angolare nel successo del 2022/23 dei Denver Nuggets di Nikola Jokić. Un anello è sempre un anello, tuttavia, e acquista maggior valore se pensiamo che la carriera professionistica di White sembrava finita poco dopo essere cominciata: terribile fu l'infortunio al tendine d'Achille nell'annata d'esordio tra i pro, in cui per alcuni tratti contese in modo quasi credibile il ruolo di rookie of the year a un certo Josh Giddey. I suoi Melbourne United, spinti da Jock Landale, vinsero il campionato anche per lui, temendo che mai più avrebbero rivisto la stessa dinamite sotto ai piedi del ragazzo uscito da Duke.
Invece White continua a saltare e schiacciare, ma non solo. Concentriamoci su cosa non è e non è mai stato: uno scorer. Jack White porta atletismo, difesa e "legna" sotto canestro: una piccola macchina da rimbalzi, in rapporto a stazza e ruolo. Anche con minutaggi importanti, l'apporto di White alla fase offensiva non è quasi mai stato quello di un primo o secondo violino, con le eccezioni dei 19,6 punti nei Grand Rapids Gold del 2022/23 in G League (vetrina per strappare un posticino nel roster degli affiliati Denver Nuggets) e dei 13,8 punti del 2024/25 con i Melbourne United (trampolino di rilancio verso la fase "europea" di una carriera a cui dare una nuova direzione dopo un biennio americano con tanta G League e appena un'annusata di NBA). In un roster ambizioso come quello di Napoli, che si prepara al doppio impegno settimanale, è ragionevole attendersi un ruolo prevalentemente difensivo per il campione d'Australia, degli Stati Uniti e di Germania, quest'ultimo titolo arrivato nel 2024/25 con il Bayern Monaco, a cui si è unito a fine regular season dopo un'annata di alto livello in NBL (secondo miglior rimbalzista con 9,4, oltre ai già citati quasi 14 punti a gara). Nella scorsa stagione in Turchia a Mersin, a riprova del fatto che segnare non sia la priorità della casa, White è andato in doppia cifra una sola volta nelle prime 11 partite di campionato, pur avendo a disposizione in media 25 minuti di campo, e tentando meno di 5 conclusioni a gara. Nel corso della stagione, il suo apporto offensivo è progressivamente cresciuto: 12 volte sopra i 10 punti nelle ultime 19 gare, e una media finale di 10 punti e 5,1 rimbalzi in 30 incontri, in quasi 28 minuti.
White ha insomma trovato, nel tempo, una doppia dimensione. Il 2025/26 in Turchia e in Basketball Champions League con il Mersin ci restituisce inoltre un giocatore finalmente non battezzabile da tre punti, con un ottimo 43,8% in campionato (per larghissimo distacco il miglior dato in carriera nel basket FIBA) e un solido 36% in BCL. Ciò su cui si deve ancora migliorare sono le gite in lunetta, non proprio la specialità della casa (51,9% in campionato: il peggior dato della carriera, anche qui per distacco). È stata una stagione dai due volti, quella del Mersin. Da una parte, una campagna europea di livello, con una fase a gironi da 4 vittorie su 6 (sconfitti solo dai campioni uscenti dell'Unicaja Malaga), prima di essere travolti nel play-in dal Le Mans con uno scarto medio di 27,5 punti tra andata e ritorno. Dall'altra parte, in campionato, è arrivata una cocente retrocessione, frutto di sole 9 vittorie in 30 partite, con 8 sconfitte consecutive nel finale di stagione. L'auspicio per White, e per tutti i tifosi napoletani, è che il 2026/27 porti invece soddisfazioni tanto in coppa quanto in LBA.
(DAVIDE COLOTTI).