Alla fine ha ragione Neven: così Venezia è diventata squadra in missione
C'era anche Željko Obradović a guardarlo. A fine partita qualche parola scambiata, quasi un dettaglio, ma simbolica per raccontare il percorso di Neven Spahija e della Reyer Venezia. Il tecnico croato è il condottiero di una squadra tornata in finale playoff sette anni dopo l'ultima volta: la consacrazione di un progetto tecnico e di una visione che, per una volta, ha avuto il tempo di crescere.
Un percorso costruito su basi solide, anche grazie a un curriculum enorme. Spahija ha alle spalle un vissuto importante in Europa e anche in NBA, dove ha condiviso un'esperienza con Kenny Atkinson, presente a Venezia, invece, per Gara 3. Ora la Reyer è alla sua terza finale scudetto: nelle due precedenti occasioni è arrivato il titolo. Questa volta dall'altra parte ci sarà l'Olimpia Milano. Per cui la Reyer potrebbe essere avversaria forse ancora più insidiosa rispetto a quello che questa Virtus sarebbe potuta essere. Per fisicità e soluzioni offensive.
Venezia è una squadra con talento diffuso, cresciuta durante la stagione e capace di trovare protagonisti diversi nei momenti decisivi. RJ Cole non era arrivato con l'etichetta della prima scelta, ma si è rivelato un giocatore di altissimo livello. Ky Bowman ha dimostrato di saper incidere quando conta davvero, mentre Jordan Parks ha completato un percorso di maturazione iniziato in Italia ormai undici anni fa.
E proprio tornando a Spahija, queste finali hanno un significato particolare. Perché la sua storia a Venezia non è stata lineare.
Arrivato nel 2024, l'allenatore croato ha avuto fin da subito il sostegno della società, che lo ha difeso nei momenti più difficili. A fine dicembre 2024 la sua posizione era diventata oggetto di discussione, tanto da spingere il presidente Federico Casarin a ribadire la strada scelta dal club: lavorare insieme, uniti, tra giocatori, staff tecnico e dirigenza. In quel periodo pesavano anche gli infortuni. Non tutto era andato secondo i piani. La stessa Reyer era intervenuta pubblicamente per smentire le voci sul futuro del proprio allenatore poco dopo.
Ottavi di finale di EuroCup e ottavo posto in regular season. La svolta è arrivata ai playoff. Venezia ha battagliato in una serie che sembrava pendere tanto dalla parte della Virtus, prima di arrendersi soltanto a Gara 5, quando Tornike Shengelia si mise il mantello bianconero per cambiare il destino della sfida con una prestazione indimenticabile per i tifosi Virtus.
Un anno dopo, però, la storia è cambiata. La Reyer ha eliminato Bologna in quattro partite. In una stagione europea amara, chiusa con l'eliminazione negli ottavi contro Aquila Trento, il campionato è diventato il terreno della rivincita. La stampa, soprattutto quella locale, aveva già iniziato a mettere in discussione Spahija. Lui aveva risposto con ironia appena un mese e mezzo fa: “Le voci non ci infastidiscono, ma ho dimenticato di dirvi che Banchi sta arrivando a Venezia per la presentazione”. Era la vigilia della sfida contro Sassari, nella fase finale della stagione regolare. Venezia avrebbe affrontato poi Dinamo, Milano, Cremona e Tortona: quattro partite, due vittorie e due sconfitte.
IL CAMMINO AI PLAYOFF
Contro Tortona la Reyer è sopravvissuta a una serie da cinque partite. Dopo il 2-0, la sfida si è complicata in Piemonte, ma quella Gara 5 vinta 89-83 si è rivelata fondamentale.
Perché da lì Venezia ha cambiato passo. Tolta Gara 2, Parks e compagni sono riusciti a fare il proprio gioco contro la Virtus, anche se in condizioni non perfette. Grande qualità offensiva, ma soprattutto carattere. Quelle sensazioni da 'squadra in missione'.
Il carattere di una squadra che ha seguito un allenatore al quale è stato affidato un progetto pluriennale. E, questa volta, quel progetto è stato davvero lasciato crescere. Un gruppo cambiato nel tempo, ma con alcuni punti fermi: il capitano Amedeo Tessitori, Jordan Parks, Kyle Wiltjer e Carl Wheatle. La Reyer è tornata in finale perché ha trovato continuità. E perché ha avuto il tempo di costruire.