AJ Dybantsa è stato scelto al draft NBA 2026 con il pick #1 dai Washington Wizards. Dybantsa ha il potenziale per diventare un giocatore di spicco della sua generazione.
Dopo il Draft NBA del 2025, in cui Cooper Flagg è stato la scelta unanime e ha rappresentato un faro di certezza, la classe del 2026 si presenta con contorni più sfumati, ancora alla ricerca di una gerarchia definita. Eppure, se c’è un nome che negli ultimi mesi ha iniziato a staccarsi dal gruppo, quel nome è AJ Dybantsa. L’ala americana, attesissima al salto nella NCAA dopo aver incantato al liceo, non ha soltanto confermato le aspettative: le ha superate. Miglior marcatore della stagione universitaria, Dybantsa si è imposto come talento innegabile, con una mentalità e un potenziale di crescita che lo proiettano nel ristretto novero dei prospetti di primissima fascia.
Il suo dossier, tra numeri, profilo fisico e impressione visiva, parla chiaro. A 19 anni, Dybantsa mostra un arsenale tecnico avanzato per la sua età: pulizia meccanica nel tiro in sospensione, equilibrio nel palleggio-arresto-tiro, capacità di crearsi il proprio tiro contro difese preparate e letture in crescita nel gioco a due. In una realtà come BYU, meno prestigiosa rispetto alle corazzate del college basketball ma spesso più adatta a valorizzare stelle emergenti, ha trovato il contesto ideale per prendersi responsabilità, esplorare il proprio repertorio e dominare i possessi chiave. Il risultato? Una delle migliori annate per una matricola NCAA degli ultimi anni, una stagione in cui si è distinto come realizzatore di altissimo livello, mostrando di poter segnare in tutti i modi: pull-up dal midrange, triple in uscita dai blocchi, attacchi al ferro con contatto e viaggi costanti in lunetta.
Il suo profilo, per struttura e skill set, sembra cucito su misura per l’NBA moderna. Dybantsa non è il “fenomeno” irripetibile alla Kevin Durant—un’ala oltre i 2,10 capace di tirare sopra il 40% dall’arco—ma la combinazione di misure, fluidità, coordinazione e tocco fa di lui un’arma micidiale sin dal primo anno tra i professionisti. La sua taglia gli permette di concludere al ferro contro lunghi più pesanti, mentre il primo passo e la capacità di cambiare ritmo lo rendono un mismatch costante contro difensori più piccoli. In aggiunta, la visione di gioco in rapida maturazione e la volontà di muovere la palla quando raddoppiato fanno intravedere un ceiling ancora inesplorato come creatore primario.
Ancora più interessante, AJ Dybantsa è un diamante grezzo nel senso migliore del termine: scolpito dalla competitività, lucidato da un’etica del lavoro già da professionista. Le sue aree di miglioramento—consistenza nelle letture avanzate, gestione dei turnover sotto pressione, fisicità nei contatti difensivi e disciplina off-ball—appaiono colmabili proprio alla luce delle qualità fisiche e mentali che già possiede. Anicet, il suo nome completo, è un atleta estremamente competitivo, animato da una ambizione che non sfocia mai nell’individualismo cieco. Lo dimostra il suo percorso con la nazionale giovanile statunitense: MVP del Mondiale Under 19 un anno fa senza monopolizzare i riflettori, capace di accettare ruoli diversi e mettere la squadra davanti al proprio ego quando la struttura lo richiede.
Sul piano difensivo, il potenziale è pari all’impatto offensivo. La mobilità laterale e l’apertura di braccia gli consentono di contenere sulle linee di penetrazione e di disturbare passaggi e tiri, mentre il timing nelle chiusure sul perimetro è già da pro. Con un lavoro mirato sulla forza del core e sulla tecnica del footwork, può diventare un difensore multi-ruolo credibile, in grado di cambiare sui pick-and-roll e reggere contro tre posizioni con continuità. Una prospettiva che, unita alla sua proiezione da scorer primario, eleva il suo valore in ottica Playoff, dove la versatilità è moneta pregiata.
Le aspettative che lo circondano, forse, non raggiungono l’aura quasi inevitabile che ha accompagnato Cooper Flagg, ma la traiettoria è chiara: AJ Dybantsa ha tutte le carte in regola per diventare uno dei volti dell’NBA nel medio termine. Il suo gioco parla il linguaggio della lega: spaziature, vantaggi creati dal palleggio, tiro in movimento, fisicità controllata e impatto a due metà campo. Se il percorso di sviluppo continuerà con la stessa linearità mostrata sinora, non si tratterà soltanto di un grande realizzatore, ma di un protagonista stabile delle notti che contano. Perché, al netto dei paragoni e delle etichette, Dybantsa sembra già aver compreso l’essenza del salto: trasformare il talento in abitudine, la promessa in standard. E in quel solco, spesso, nascono le carriere che definiscono una generazione.