Donald Trump viene fischiato rumorosamente mentre assiste alla partita tra Knicks e Spurs
C’era un brusio particolare attorno e dentro il Madison Square Garden, uno di quelli che non nascono dal campo ma da ciò che accade sugli spalti. Prima ancora che la palla si alzasse per Gara 3, l’atmosfera aveva già preso una piega inattesa, perché la serata non sarebbe stata ricordata solo per Knicks contro Spurs, ma per la reazione di un’arena intera di fronte a un ospite ingombrante. Quando l’immagine di Donald Trump è apparsa sul Jumbotron durante l’inno nazionale, il boato non aveva nulla a che fare con la partita: un’ondata di fischi ha attraversato il Garden, compatta e fragorosa, come riportato dai presenti.
La scena ha sorpreso per intensità, tanto che secondo un report della Casa Bianca l’ex presidente è stato “fragorosamente fischiato”. In un contesto già carico di tensione, la reazione del pubblico ha superato perfino quella riservata agli Spurs, come notato da una giornalista della CNN. Trump era arrivato al Garden come ospite del proprietario dei Knicks, James Dolan, e ha seguito la partita da una suite privata insieme a diversi membri della sua amministrazione, tra cui Doug Burgum, Sean Duffy, Lee Zeldin e Dan Scavino. Una presenza istituzionale che non ha però mitigato l’umore del pubblico, già irritato dalle misure di sicurezza e dalla cancellazione del watch party esterno, percepita come un freno alla festa cittadina.
🚨HOLY SHIT: The boos just happened AGAIN and Trump stops clapping as they get even LOUDER by the end of the clip.
— CALL TO ACTIVISM (@CalltoActivism) June 9, 2026
This is humiliating. https://t.co/PIu9C7jO7X pic.twitter.com/0EHip5gDL0
La serata, in realtà, era iniziata molto prima dell’ingresso nell’arena. Anche il corteo presidenziale era stato accolto da fischi lungo le strade di Manhattan, con cartelli che riportavano messaggi come “Nessuno ti vuole qui”, “Trump deve andarsene” e “Mettere sotto accusa. Condannare. Rimuovere.”. Un clima che ha accompagnato Trump fino al suo posto all’interno del Garden, dove la partita è diventata quasi un sottofondo rispetto alla reazione collettiva del pubblico. La sua presenza, già contestata in altre occasioni sportive recenti, ha trovato a New York un’eco ancora più forte, amplificata dal contesto delle Finals e dall’attesa che circondava l’evento.
Mentre sul parquet Knicks e Spurs si giocavano un pezzo di stagione, sugli spalti si consumava un’altra storia, fatta di dissenso e simboli. Trump ha assistito alla gara senza apparire più sul maxischermo, mentre l’arena tornava a concentrarsi sul campo. Ma l’episodio iniziale è rimasto sospeso nell’aria per tutta la notte, come un segnale inequivocabile del rapporto tra la città e l’ex presidente. In una serata che avrebbe dovuto essere solo basket, New York ha trovato il modo di far sentire la propria voce, trasformando un semplice momento di presentazione in un messaggio politico collettivo, potente e impossibile da ignorare.