Pancotto: "La salvezza della Sidigas è come uno scudetto"

Il coach della Sidigas si gode il momento magico: "Il futuro? Dipende dal progetto"
10.04.2013 17:40 di Massimo Roca   Vedi letture
Fonte: Il Mattino - Avellino
Pancotto: "La salvezza della Sidigas è come uno scudetto"

Sette vittorie nelle ultime otto gare. Avellino fa i conti con i record e si fa solleticare dalla suggestione dei play-off. Chissà se l’artefice di tutto ciò avrebbe mai immaginato una marcia simile. “Nessuno può ipotizzare un ruolino, ma ciascuno può metterci la determinazione affinché le cose accadano – è il commento di coach Cesare Pancotto, in questi giorni uomo copertina, insieme a Lakovic, di tutte le rubriche nazionali di basket. Eppure la “prova di ingresso” contro Montegranaro, per dirla in termini scolastici, era stata da paura: “Bisognava ridurre la grande pressione che c’era, la negatività, la sfiducia. Un lavoro mentale, senza peraltro avere certezze, con giocatori in entrata ed in uscita. C’era poi un aspetto tecnico da curare per costruire punti di riferimento sul campo”. Oggi ci si chiede cosa sarebbe stato il cammino se fosse arrivato prima: “Io ribalto il ragionamento. Non mi chiedo del ritardo, piuttosto li ringrazio per aver avuto fiducia”. Un’impresa più grande di quella di tre stagioni fa, quando Pancotto confidava in una riconferma che non arrivò. Ora la situazione è diversa, la sua riconferma è chiesta da tutti. Forse una rivincita su chi, nel mondo del basket, lo aveva già riposto nel cassetto della storia. “Non ci sono né sassolini, né rivincite. E’ l’orgoglio di fare un mestiere che amo profondamente. Sono i miei 29 anni di serie A che dicono del mio valore. Di me si citano i capelli grigi, l’altezza, gli anni trascorsi, ma non ho mai sentito dire che non sono un bravo allenatore. Se poi Ivkovic vince l’eurolega a settant’anni, se Recalcati fa una stagione del genere a 68, se Sacchetti è primo in classifica a 60, mi chiedo: che cos’è l’età? Come persona mi sento incompiuto. Ho testa da adulto ma con l’entusiasmo da ragazzino. Mi farebbe piacere che il confronto non fosse sull’età, bensì sulle idee e sull’energia. Dover allenare questa generazione, saperci parlare e soprattutto ascoltarla: è questo essere giovane”. Dovendo ripartire da dove lo farebbe? “Dipende da dove si allena, qual è il progetto e che tipo di investimento c’è dietro. Ripartirei da uno zoccolo duro che deve dare consistenza a tutta la stagione”. L’incantesimo di questo gruppo ha in sé le qualità per durare o è solo un “amore estivo”? “Credo che ogni stagione debba essere chiusa e resettata. Bisogna valutare se tutti i componenti sono compatibili con il nuovo progetto. Ci si deve chiedere: chi è più funzionale a ciò che si intende fare? I risultati precedenti non sono l’unica discriminante. E’ evidente che nello sport, nel basket, i risultati hanno bisogno di continuità”. Raggiungere i play-off, in un contesto di grande equilibrio come quello attuale, può aprire scenari insperati: “Oggi il nostro orizzonte si ferma a quattro partite e faremo di tutto per regalarci le maggiori soddisfazioni. Abbiano squadre nettamente davanti. Non scavalchiamo i nostri sogni. Ciò che abbiamo costruito equivale ad uno scudetto, ad una promozione in massima serie”. Anche sulla posizione di Brown il coach ribadisce le gerarchie: “Ho dato sempre certezze alle persone, al gioco, ai tifosi, alla società. Il ruolo di Brown è quello di un giocatore arrivato per sostituire Johnson senza per questo voler sottovalutare il lavoro, l’impegno che ci ha permesso di avere Brandon in campo”. Arriva Reggio Emilia, l’altra “Avellino” del girone di ritorno: “Sarà la gara più bella di tutte quelle che abbiamo giocato finora per il clima positivo che stanno attraversando entrambe. Due sistemi organizzati ma anche aperti al rispetto delle personalità del talento dei singoli. Sarà una gara spot. Due squadre che giocano una gran pallacanestro e che stanno onorando il campionato”.