Applausi e cori per l'Armani Jeans. Proli: "E' l'anno della verità"
Mezzo migliaio in tribuna, striscioni e i cori di una fettina di curva, voglia di trionfi antichi. Applausi pure per Piero Bucchi, che gradisce mentre chiacchiera in bolognese col nuovo vice Giorgio Valli: il popolo dell' Olimpia concede credito al coach per il suo terzo anno milanese, la squadra è a sua immagine e da corsa anche per l'Europa, non stringere nulla a fine giugno sarebbe un delitto.
Riparte l'Armani nel Lido in festa. Nessuno arringa la folla ma la promessa di scudetto è tacita. Anche nelle parole di Livio Proli, atteso in visita oggi, quando verrà ammazzato il vitello grasso per David Hawkins (e domani, a Cavalese, arriverà Oleksiy Pecherov). «È l'anno della verità— sentenzia il presidente — è l'ora di mettere una tacca, di riaprire la bacheca, Coppa Italia o scudetto che sia, e di fare un'ottima Eurolega. Noi i favoriti? Lo siamo alla stessa stregua di Siena, loro conservano un minimo di vantaggio che è stato oggettivamente ridotto rispetto al divario degli ultimi due anni».
Sorridono e stringono mani gli ex degenti Finley e Petravicius, finalmente abili e arruolati. Dispensa saggezza il contadino
Mason Rocca, tirato a lucido nonostante il sandalo francescano.
Spaesato Gabriele Ganeto, al grande salto dopo la gloria di Vigevano. In un angolo parla a voce bassa Ibrahim Jaaber, sesto uomo di superlusso pronto a fare l'assalitore di scorta dopo gli anni da leader a Roma: «Io sono uno che lotta—spiega la guardia bulgaro-americana — che prova a dare l'esempio anche in palestra.
Ho con me, io musulmano, la forza mentale che mi dà il ramadan, che sto praticando anche adesso.
In tre anni a Roma ho avuto tre coach diversi: Repesa, Gentile e Boniciolli, ho fatto il realizzatore e l'uomo di rottura, so adattarmi e farò quello che Bucchi mi chiede». Ha idee chiare, Ibby, anche su cosa lo attende all'Olimpia: «Che non vince lo scudetto da 14 anni e so che ci sarà pressione, ma ho voluto un grande club e una grande piazza: il basket è speciale
per questo. Siena si può battere, l'ho fatto l'ultima volta che l'ho incontrata anche se conosco la loro durezza mentale. Il tifo?
Me l'aspettavo più calmo, quest'atmosfera ci fa bene».
Nicolò Melli, beati i suoi 19 anni, si è portato da Reggio Emilia papà Leopoldo, mamma Julie e fratellino Enrico. Il parquet del
Lido lo conosce: quattro anni fa lo incoronò qui sua maestà Michael Jordan in un torneo per bimbi. «Emozione che non scorderò mai — rammenta — c'è chi sogna di stringergli la mano, io gli ho pure parlato». Lo volevano tutti il golden boy, il salto triplo lo porta in un'Armani che ha fretta di vincere e aspetterà poco. «Mi affascinava Milano: è come New York o Barcellona, a un' ora da casa.
C'è la mia Inter: quando giocherò
alle 12 la vedrò a San Siro. E la società è stata onesta e decisa con me. Sono qui per giocare e migliorarmi, lavorando per giocare più da esterno, sapendo che dipende da me, che qui ci sono grandi obiettivi che mi stimoleranno a crescere. L'Olimpia per me non è una tappa: se sto bene, posso restarci vent'anni. L'ombra di Gallinari? Siamo diversi, lui ha fatto molto più di me, ma se mi paragonano a lui mi fa piacere».
Massimo Pisa