Dino Meneghin: «Il segreto è divertirsi»
Tra gli Italiani c'è Dino Zoff, passato alla storia per aver vinto un Mondiale (quello di Spagna del 1982) da orgoglioso quarantenne. Altra storia, altro record, quello di Pierluigi Marzorati tornato In campo nella serie A di basket e che, a 54 anni, ha festeggiato I 70 anni della Pallacanestro Cantù. Un minuto e quarantotto secondi di pura passione sempreverde. La tenacia ha contagiato pure il quarterback dei Vikings Brett Favre che, giusto Ieri, a quasi 41 anni ha rimandato la pensione di un altro anno. Obiettivo: conquistare quel Super Bowl sfuggito nella scorsa stagione dopo la sconfitta contro I New Orleans Saints, poi vincitori del titolo. Storie diverse, nomi col tempo diventati numeri da record, favole sportive di romantici dalla volontà d'acciaio. Sono i grandi classici della «letteratura» del genere. Vietato dire che lo sport non è «un paese per vecchi». Il Golden Boy del parquet ha alle spalle una carriera durata oltre I 40 anni. Dino Meneghin, attuale presidente della Federazione Pallacanestro, è ancora oggi il gigante del basket più famoso d'Italia. Parlando di intramontabili, lei ha fatto scuola.
Qual è il segreto?
«Innanzitutto l'aiuto di madre natura e dopo la passione. Io ho sempre fatto sport e mi sono sempre divertito soprattutto. Il segreto sta proprio nella gioia che ti dà quello che fai, altrimenti qualunque lavoro diventa noioso».
Insomma, parla di motivazione...
«Decisamente. E aggiungo, nel mio caso, la fortuna di aver giocato sempre con grandi campioni e allenatori eccezionali e di aver gareggiato in squadre che lottavano per vincere. Quando arrivano le gratificazioni non puoi più farne a meno, giochi per ripetere quella vittoria e se non arriva riparti ogni volta da zero. Non bisogna mai sentirsi soddisfatti».
A 44 anni lei ha giocato contro suo figlio Andrea, qual è la differenza tra i campioni di una volta e quelli di oggi?
«Per me il campione è quello che gioca molto, vince molto, ma, soprattutto, lo fa con continuità. Gli altri sono tutti buoni talenti, ma non campioni. Oggi abbandonano subito il lavoro duro, si sentono arrivati dopo pochissimo. E poi, oggi, lo sport è molto più "professione" di un tempo. Io mi sentivo protetto dalla mia società, oggi i giocatori sono merce di scambio».
Ma questi giovani talenti hanno i numeri per raccogliere la vostra eredità?
«Non direi. Gli stessi guadagni astronomici fanno passare la voglia ai giovani di continuare a sudare e lavorare duramente».
Un nome su cui punterebbe?
«Nessuno, non vedo nessuno che possa o voglia durare moltissimo. Non esistono più i Paolo Maldini per capirci. Non vedo testa, occhi, gambe».
E tra le icone senza età, chi considera esemplare per longevità?
«Nel calcio dopo Zoff di certo Paolo Maldini che, nonostante il cognome ingombrante, ha saputo conquistare onore e professionalità assoluti sul campo. La Idem è senz'altro un altro esempio eccellente. Pochissimi nomi, però, per tanti giocatori».
E allora di che si tratta? Romanticismo o attaccamento al lavoro?
«Motivazione e rispetto. Rispetto per se stessi, per la fatica, per i compagni di squadra. Senza sforzo, senza allenamento non si conquista nulla».
Soprattutto nel caso di atleti non più giovanissimi...
«Esatto. In questo caso, poi, la gestione del corpo diventa fondamentale. Bisogna imparare a rispettare i propri tempi. E ci vuole anche fortuna per non infortunarsi a una certa età».
Saranno pure campioni senza età, però prima o poi in pensione ci si deve andare. Qual è il momento giusto per farlo?
«Quando le idee vanno più veloci delle gambe. Quando non sei più utile alla tua squadra è il momento di abbandonare».
Fab. Pel.