Il salary cap di EuroLeague una groviera al servizio dei ricchi: chi più spende, meno spende

EuroLeague
sabato, 11 luglio 2026 alle 10:30
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«Ci sono due parole che ignoriamo: budget e salary cap. Queste due parole non esistono». La frase di Panagiotis Angelopoulos, pronunciata mercoledì scorso durante la presentazione del nuovo sponsor dell’Olympiacos, non è passata inosservata.
In un’estate in cui la EuroLeague proclama rigore e nuove regole, quelle parole hanno il sapore di una provocazione. Eppure, a guardarle da vicino, non sono affatto una sfida al sistema: sono la fotografia più nitida di come i club greci conoscano alla perfezione i meccanismi del regolamento.
Perché il salary cap della EuroLeague non è il muro invalicabile costruito dalla NBA con tetto prestabilito annualmente e luxury tax con due livelli (apron) sempre più stringenti per la libertà di azione dei general manager. È un soft cap, un tetto elastico, pieno di eccezioni e corridoi laterali che permettono a Panathinaikos e Olympiacos di costruire roster milionari restando perfettamente in regola. il sito menshouse.gr lo ha spiegato molto bene prendendo proprio ad esempio i due club greci.
Il limite teorico di 10 milioni di euro per gli stipendi netti dei giocatori sembra un ostacolo insormontabile, soprattutto se confrontato con i 42,8 milioni del budget sportivo del Panathinaikos (oltre 53 milioni con le tasse) o con i contratti pesantissimi di Vezenkov e Fournier. E invece, grazie alle eccezioni previste dal regolamento, quel tetto diventa quasi simbolico. Anzi va a punire proprio quelle squadre che di riffa o di raffa dentro il budget ci devono stare, come l'Olimpia Milano e la Virtus Bologna, per cui sono costrette a rinnovare continuamente il roster e a perdere quei vantaggi riservati alle società più spendaccione.

Come farsi beffa autorizzata di qualsiasi limite di spesa

La prima arma è quella degli Anchor Players: ogni squadra può indicare tre superstar i cui stipendi vengono conteggiati come zero. Il Panathinaikos cancella così i 4.500.000 euro di Kendrick Nunn, i 4.000.000 di Nigel Hayes-Davis e i 4.000.000 di Guerschon Yabusele. L’Olympiacos fa lo stesso con i 3.700.000 di Sasha Vezenkov, i 3.000.000 di Evan Fournier e i 2.500.000 di Jean Montero. Per la EuroLeague, quei soldi non esistono.
La seconda eccezione è l’Extended Tenure, che dimezza il peso sul cap dei giocatori con tre anni consecutivi nella stessa squadra. All’Olympiacos rientrano Milutinov, Papanikolaou, Dorsey e Walkup; al Panathinaikos Sloukas, Grant, Hernangómez, Mitoglou e Kalaitzakis. Nell'Olimpia Milano si trovano in questa condizione i contratti di Flaccadori, Ricci e Tonut. Nella Virtus Bologna il solo Hackett.
La terza eccezione riguarda i giocatori Under 23, che non vengono conteggiati affatto: un incentivo alla crescita dei giovani senza impatto sul tetto salariale. 
Una volta applicate tutte le deroghe, ciò che resta da calcolare al 100% è sorprendentemente contenuto: 5.500.000 euro per l’Olympiacos (McKintyre, Hall, Jones, Ward, Joseph, Nedzipoglu) e 8.350.000 euro per il Panathinaikos (Bonga, Osman, Fall, Badio, Rogkavopoulos, Toliopoulos). Entrambi i club sono ampiamente sotto il limite dei 10 milioni. Per questo si possono permettere di prendere tutti in giro

E per finire anche una luxury tax farlocca

E anche qualora qualcuno decidesse di superarlo, non scatterebbe alcuna esclusione: entrerebbe in gioco il Competitive Balance Compensation (CBC), la luxury tax europea. Il primo milione di sforamento costa 500.000 euro, e oltre quella soglia la multa cresce in modo proporzionale. Le somme raccolte vengono poi redistribuite alle squadre rimaste entro i limiti.
Non possiamo fare a meno di notare come dai conteggi del monte stipendi delle squadre di EuroLeague non sia preso in considerazione una voce di spesa che sta raggiungendo cifre impensabili qualche anno fa: i buyout. L'Olimpia Milano si è offerta, ad esempio, di pagare 900.000 euro al Barcelona per svincolare Moses Wright. Il salary cap di EuroLeague è perfettamente descrivibile come una groviera appetitosa piena di buchi.
Alla fine, esso si rivela più un meccanismo di redistribuzione che un vincolo. Una soluzione intermedia che permette ai club più ricchi di continuare a investire, purché accettino di pagare il prezzo previsto. Per Panathinaikos e Olympiacos, non è un freno: è solo una piccola seccatura in mezzo a cifre che continuano a crescere. E tutto questo contribuisce a spiegare le follie di mercato di questa estate 2026 in cui improvvisamente una notevole massa di investitori si è buttata sulla pallacanestro europea per effetto, non neghiamolo, dell'arrivo di NBA Europe.
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