Lega A - Italiani o stranieri, non è colpa loro la crisi del basket tricolore

 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 2303 volte
Lega A - Italiani o stranieri, non è colpa loro la crisi del basket tricolore

Come fa argutamente notare oggi Camilla Cataldo per il Corriere Adriatico, nel mondo, l'Italia (55,2%) è al terzo posto come percentuale di stranieri, dopo Spagna (61,8) e Germania (57), ma nonostante questo il nostro è il paese in cui i giocatori locali vengono impiegati di meno. Da notare che dei due paesi che ci precedono nella Deprecabile (per la GIBA of course) abitudine di abusare degli stranieri ci sono la Spagna, che senza gli USA di mezzo sarebbe stata più volte campione mondiale e olimpico, e la Germania, campionato tecnologico in grande espansione che, nonostante il ridimensionamento dell'Alba Berlino, la stagione non esaltante del Bayern di Djordjevic, l'ultimo posto in EuroLeague per il Brose Bamberg di Trinchieri e l'esclusione dal campionato del Phoenix Hagen, sta conoscendo un grande successo. Perchè se i risultati di marketing sono svincolati dai risultati sportivi, la crescita è possibile. Chi usa la scorciatoia delle vittorie è drogato a doversi mantenere tale.

Perciò è chiaro che il numero dei giocatori stranieri non è garanzia di successo, semmai lo è la qualità. E questo vale anche per i giocatori italiani. Quindi l'esercizio aritmetico 5+5, 5+4+3, 7 liberi di qualsiasi provenienza sono formulette che lasciano il tempo che trovano perchè sono utili a procuratori, giocatori e società in perenne ritardo di programmazione tecnica per evitare di andare al cuore del problema. La gestione del basket in Italia è nele mani di troppa gente di caratura, diciamo eufemisticamente, dilettantistica. La maggior parte degli addetti ai lavori che leggeranno queste righe andrà con la mente subito verso qualche "avversario" poco stimato, piuttosto che guardarsi allo specchio per pensare "Ma sta dicendo proprio a me?" Dalla punta dell'iceberg, rappresentata da un Alessandro Gentile che è andato in estate negli USA ad aggiustare il tiro dal santone Mike Penberthy per tornare con una parabola da calcolo delle probabilità (ovvero una volta ogni tanto deve entrare per forza), all'ultimo pennellone degli Esordienti di un misconosciuto club di periferia (fate voi) che, essendo lento e ancora impacciato rispetto al brevilineo che fa vincere il Campionato a un coach che pensa solo alla sua carriera e non alla formazione dei ragazzini, c'è un problema di cognizione tecnica del movimento.

Sono analisi che il nostro editorialista Carlo Fabbricatore ha svolto in più occasioni e che non sono passate inosservate anche nel silenzio/assenso di troppi coach, responsabili, dirigenti di Lega e di Federazione. Si potrebbe organizzare un bel convegno per discutere l'argomento senza che nessuno venga a giustificarsi, un bel dibattito nazionale. E' nella stanzetta delle riunioni della società sportiva (quella a fianco dello spogliatoio) che si decidono i metodi e i destini delle nuove leve della pallacanestro nazionale, spesso in località che si pensa col basket poco o nulla abbiamo a spartire. Se nella scelta dei giocatori stranieri conta tantissimo il portafoglio (per non menare il can per l'aia) e la fortuna (Se ti arriva un Austin Daye per grazia ricevuta...) nella formazione dei giovani italiani conta quello che la nostra testa e le sue conoscenze possono dare loro.

Buona pallacanestro a tutti

Umberto De Santis