Old Star Game 2018, Riva: “Cantù come un famiglia. Giocare in Nazionale è stata la cosa più bella della mia vita”

 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 227 volte
Old Star Game 2018, Riva: “Cantù come un famiglia. Giocare in Nazionale è stata la cosa più bella della mia vita”

Procede bene la macchina organizzativa della terza edizione dell’Old Star Game, che vedrà i Miti di Cantù, Milano e Varese sfidarsi in un inedito “Derby Triangolare” e per l’occasione, l’organizzazione allestirà una scenografia d’amarcord all’interno del Pala Banco Desio con le canotte più rappresentative della storia e dei successi delle tre Regine D’Europa. Il ricavato dell’incasso sarà devoluto alla Fondazione Operation Smile Italia Onlus, presieduta da Santo Versace, impegnata nella cura di bimbi affetti da Labiopalatoschisi e malformazioni facciali. Non poteva mancare all’appuntamento, Antonello Riva chiamato “Nembo Kid” o anche “Bomber”.

Il prototipo del tiratore perfetto: fisico possente ma agile, solidità mentale a prova di bomba, voglia costante di migliorarsi e, ovviamente, mira infallibile.

14.397 punti realizzati, che gli valgono il titolo di miglior realizzatore ogni tempo della serie A. 3.785 punti messi a segno con la maglia della Nazionale italiana, che anche in questo caso lo incoronano come il più produttivo in attacco, distaccando di 930 punti il secondo in classifica, il mito Dino Meneghin. E, ciliegina sulla torta, miglior realizzatore in maglia azzurra, in una singola partita, con 46 punti messi a segno in un Italia-Svizzera del 1987. Combinazione vuole che questo record fu strappato, dopo 32 anni, a un altro canturino, Lino Cappelletti, che ne realizzò 45.

 

Cosa provi ricordandoti tutti i tuoi strepitosi  numeri?

“Premessa  - puntualizza Antonello - : Il basket è un gioco di squadra e la felicità è alzare un trofeo conquistato da tutta la squadra dove ognuno cerca di dare il proprio meglio. Detto questo fa piacere venire ricordato per quanto di buono hai fatto. Ed è piacevole incontrare vecchi compagni di squadra, avversari o tifosi che a distanza di anni ti chiamano ancora “bomber”. E’ un riconoscimento al tuo lavoro, ai sacrifici, alla dedizione necessaria per essere sempre al top. I record, che sono fatti per essere battuti, non sono altro che i frutti della serietà dell’atleta, del suo attaccamento al lavoro quotidiano svolto in palestra”.

 

Un talento precoce “Nembo Kid”: a 15 anni è già in panchina a Cantù, seduto ad ammirare i suoi già affermati compagni: Marzorati, Recalcati, Lienhard…a 16 anni l’emozione dei primi minuti in serie A, col Tau che all’ultima partita di campionato lo fa entrare in campo in quintetto base, lui e lo sfortunato Denis Innocentin (deceduto per una grave malattia a soli 29 anni) e poi la consacrazione l’anno successivo con l’arrivo in panchina di Valerio Bianchini:

“Toccatemi tutti ma non Valerio, perché è stato lui che ha avuto piena fiducia in me, che mi ha lanciato, che ha puntato tutto su un ragazzo neppure diciottenne. A Bianchini sarà grato per tutto il resto della vita. Ma la mia fortuna è stata comunque quella di aver avuto grandi allenatori e da ognuno di loro ho appreso qualcosa di importante: Recalcati mi ha aiutato a maturare; Primo mi ha trasmesso la consapevolezza di essere leader; Frates mi ha aiutato a portare il suo pensiero all’interno dello spogliatoio e poi devo molto anche a Sandro Gamba, mio coach in Nazionale per 10 anni di fila. Mi ha fatto capire quanto sia importante la difesa anche ad un attaccante puro come me. E a proposito di Nazionale vestire la maglia azzurra è stata la cosa più bella della mia vita. Era il mio sogno da quando avevo 10 anni. Un onore! E potete immaginare la gioia di quando salimmo sul tetto d’Europa  a Nantes nel ’83!”

 

12 anni consecutivi con i colori della Pallacanestro Cantù e poi, in una torrida estate del ’89, la scelta di andare a Milano. Non la presero molto bene i tifosi canturini…

“Direi che non la presero per niente bene. Ma credo che la mia cessione fu necessaria alla Pallacanestro Cantù per raccogliere mezzi finanziari freschi al fine di allestire delle buone squadre successivamente. I tifosi non capirono e ci rimasi molto male quando mi presentai al Pianella per la prima volta in maglia Olimpia e mi fischiarono e insultarono dimenticandosi che nei 12 anni passati a Cantù contribuii anch’io alla conquista di uno scudetto e altre 4 coppe, giocando con le ginocchia ko e altri problemi fisici, ma stringendo sempre i denti”.

 

Cosa hanno rappresentato Cantù e Milano?

“I primi 12 anni a Cantù sono stati quelli formativi, della crescita, della fiducia nei propri mezzi. Sono diventato giocatore e uomo maturo. Cantù era una famiglia. Ero coccolato e apprezzato e stavo bene con tutti i miei compagni, sia dentro che fuori dal campo. Avevo come modello di riferimento Marzorati: cosa volere di più? Allievi e Morbelli erano come padri per me e la gente sempre cordiale e gentile. In centro mi fermavo sempre volentieri a parlare con le decine di tifosi che incontravo e per percorrere 100metri magari impiegavo mezz’ora – ricorda con un sorriso -. A Milano sono giunto che non ero più un ragazzino e la prima sensazione fu quello di essere approdato in una struttura professionistica dove i rapporti erano molto professionali. Giravo in centro a Milano e nessuno mi conosceva. Venni accolto bene e mi inserii subito in quel gruppo dove spiccavano le personalità e la classe di D’Antoni, McAdoo, Meneghin…Giocare con loro fu un onore e uno stimolo a migliorarmi ancora di più”.

 

Dopo 5 anni Milano e le parentesi di Pesaro e Gorizia, tornasti a Cantù per chiudere la carriera in serie A, concedendoti lo sfizio di battere il record di punti realizzati  di Oscar Schmidt:

“Ricordo ancora la data e il luogo: 10 aprile 2000, palazzetto di Reggio Emilia (Attenzione: qualcuno dovrebbe correggere Wikipedia visto che riporta erroneamente il palazzetto di Reggio Calabria). Riuscii a superare i 13.957 punti di Oscar con una tripla. Gli arbitri fermarono il gioco e mi consegnarono il pallone del record con tutto il palazzetto che molto sportivamente mi applaudì per due minuti abbondanti e il mio presidente, Franco Corrado, mi abbracciò come un figlio. Un’emozione indescrivibile”.

 

Parliamo di derby, che tu che hai vissuto su due sponde: le differenze nell’approccio?

Lunedì sarò a Desio a vedere la sfida di Campionato. Con Cantù c’era una città in fermento già la settimana prima, sia che incontrassimo Milano o Varese. Tutti i tifosi vivevano per quell’appuntamento e girare in centro era un’impresa perché tutti ti fermavano per una sola richiesta: vincere! Senza “se” e senza “ma”. Ovviamente anche noi giocatori sentivamo la pressione data dall’avversario e  dall’importanza che rappresentava per il nostro popolo di sostenitori. Con Milano la tensione era più ristretta: si sentiva tra i giocatori e nella società. Era più diluita. Comunque è vera una cosa: nelle sfide stracittadine la classifica viene annullata e il pronostico è un terno al lotto”.

 

Pronto per essere tra i protagonisti dell’Old Star Game?

“Sarei più in forma per lo sci alpinismo, mia grande passione, ma mi rendo conto con piacere che la “mano” c’è ancora – dice il “Bomber” ridendo – e posso ancora dire la mia. Sarà un problema per le mie ginocchia logorate da 1000 battaglie, ma stringerò i denti ben volentieri per questa bellissima iniziativa. E mi farà molto piacere riabbracciare compagni e avversari di allora. Giocherò sia con Cantù che con Milano. Sono sicuro che sarà un bellissimo momento anche per i tifosi delle tre squadre nel rivedere tanti campioni che hanno scritto le storie delle rispettive squadre e quindi del basket italiano ed europeo”.

 

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Ufficio Stampa Old Star Game - Dino Merio