ESCLUSIVA PB - Edi Dembinski: «Il basket non va nella giusta direzione»

 di Alessandro Palermo  articolo letto 14769 volte
Edi Dembinski, foto Twitter
Edi Dembinski, foto Twitter

In assenza della pallacanestro giocata abbiamo intervistato chi, la stagione di Serie A, l'ha vissuta sui campi di tutta Italia: Edi Dembinski, noto giornalista di Rai Sport, che con la sua voce accompagna ormai da anni le emozioni degli italiani sugli schermi della TV in chiaro. Con il telecronista della Rai abbiamo fatto una lunga chiacchierata, con la differenza che, questa volta, le domande le abbiamo fatte noi al suo posto.

Di solito spetta al nostro ospite fare domande, celebre fu l'intervista a bordocampo ad Alessandro Gentile, nel post gara di Reggio Emilia-Milano di 13 mesi fa (che ha un ruolo importante invece nella nostra di intervista). Questa volta, però, Dembinski si limiterà "soltanto" a dare delle risposte... e che risposte. Con lui parleremo dello scudetto di Venezia, della favola di Trento, della sorprendente Capo d'Orlando ma, soprattutto, del flop dell'Olimpia Milano e della situazione legata a Gentile. Con un occhio di riguardo anche per la Serie A2 e per le piazze storiche del basket nostrano. Di seguito l'intervista, in esclusiva per i lettori di pianetabasket.com:


Dembinski, cosa le ha lasciato questa stagione?
«Freschezza, stupore e tante novità. Per certi aspetti, la stagione appena conclusa è ricca di tante cose belle, merito di alcune realtà. Per altri aspetti invece, ci sono squadre che ci lasciano anche qualcosa di negativo. Troppo facile parlare delle belle sorprese come Trento, Venezia, Avellino e Pistoia, in linea generale il sistema basket non sta andando nella giusta direzione. Sicuramente abbiamo la conferma del buon livello dei giocatori, così come quello degli allenatori, soprattutto quello degli allenatori. Vincenzo Esposito, Maurizio Buscaglia, giusto per citarne due. Poi però ci sono gli aspetti negativi, che hanno lasciato l'amaro in bocca: la delusione totale di Milano nel momento chiave della stagione, ad esempio. La gestione della squadra, dello spogliatoio e di tutto l'ambiente biancorosso da parte della società. Reggio Emilia e Sassari che rispetto alla finale di due anni fa hanno fatto un percorso a scendere, anzichè a salire, non riuscendo a confermarsi. Poi mettiamoci anche tutte quelle decisioni extracampo tirate in ballo nel corso dei mesi: l'allargamento dei campionati, le promozioni, le retrocessioni, l'aumento delle squadre».
 

Guarda caso le novità sono arrivate tutte quest'anno, dopo che c'è stata tanta confusione. Altrimenti due realtà come Capo d'Orlando e Trento, forse, non sarebbero emerse.
«E' tutto figlio delle difficoltà degli ultimi anni. Sarebbe stato auspicabile un maggior controllo delle società, con paletti veri e seri sul potenziale economico delle squadre. Accorgersi invece a campionato in corso, come successo negli ultimi anni, è sbagliato. I problemi non si risolvono così. Qualche anno fa abbiamo fatto un campionato con squadre dispari, non ce lo dimentichiamo. Tutto questo porta a delle novità tecniche, è normale dunque che alcune realtà vengono facilitate ad emergere. C'è anche però il rovescio della medaglia, è il bello della novità, poi c'è anche il lato negativo. Resta di più la casualità comunque di vedere il rovescio positivo, quello negativo deve restare più profondo. La confusione genera ulteriore confusione».
 

Una finale Venezia-Trento non se l'aspettava proprio, vero?
«Penso che non se la sarebbe aspettata nessuno al mondo. Con questo però non voglio dire che non sia stata meritata da entrambe le squadre, anzi. La scorsa estate Venezia fu allestita proprio per arrivare in fondo. Trento invece è stata la migliore sul piano tattico, la squadra più brava a gestire i cambi di giocatori durante la stagione, nonostante tutte le difficoltà è riuscita ad arrivare oltre i propri limiti grazie anche al bellissimo ambiente trentino, molto sano, dove lo staff ha potuto lavorare con serenità. Quanto a Venezia, i lagunari hanno disputato una stagione quasi perfetta con la consacrazione europea. Un gruppo che ha resistito anche alla tentazione di cambiare, MarQuez Haynes sembrava destinato a partire ed invece la società ha scelto di tenerselo. Venezia ha creduto nel proprio progetto, cambiando poco nel corso dell'anno».
 

Venezia-Trento è stata una finale inedita, strana per certi versi ma anche molto emozionante. Lei l'ha vissuta a bordocampo, che sensazioni ha respirato e come l'hanno vissuta i protagonisti?
«Rispetto alle ultime finali che ho seguito a bordocampo c'era enorme differenza, nell'atteggiamento, nella percezione da parte dei giocatori, degli staff, degli allenatori. Anche perché nessuno era arrivato a quel livello, forse conto solo Haynes, Esteban Batista, Tomas Ress e nessun altro. C'era molta dispersione, mancava la convinzione e la sicurezza di giocarsi lo scudetto. L'emblema è tutto in gara-6: quando Venezia vince lo scudetto, Walter De Raffaele ci mette qualche secondo per realizzare che ha realmente conquistato il tricolore. Questa la dice lunga. La verità è che erano due squadre preparate per i playoff ma non per una finale così atipica, soprattutto mentalmente, poi i meriti non si discutono. Trento ha eliminato Milano con merito assoluto e avrebbe meritato di vincere il titolo al pari di Venezia. Con pochi giocatori sono riusciti a superare un ostacolo così grande come Milano. La convinzione di arrivare in finale l'ho vista negli occhi di tutti i giocatori delle due squadre, ad ogni partita della post season. Tuttavia, in finale, credo che non avevano la reale concezione che in quel momento si stavano giocando lo scudetto. Infatti, in alcune situazioni questo non ha generato libertà mentale. La finale non è stata giocata al massimo livello tecnico, non a caso c'è stata una sola squadra (Trento) capace di superare gli 80 punti in 6 partite. La media è stata intorno ai 60 punti, bassissima, questo è un dato significativo».
 

In questa stagione, quale è stata la partita più emozionante che ha avuto il piacere di raccontare? Ne scelga due, una per i playoff e una per la regular season.
«Mamma mia... andare a riprenderne una nella stagione regolare è davvero un'impresa. Penso di non riuscire a farcela. Per quanto riguarda i playoff invece dico senza dubbio gara-5 tra Milano e Trento, con Trento che conquista la qualificazione al Forum. L'ambiente era davvero surreale, le facce dei giocatori di Milano, Trento che va sul +25. Sembrava un film già visto perché al Forum, in gara-1, era già successo ma per tutti era impossibile da immaginare anche per gara-5. Ricordo bene ancora cosa mi disse Riccardo Pittis...»
 

Prego, ci racconti.
«
Riccardo quel giorno era in telecronaca con me e, appena arrivato al Forum, mi disse intimamente: "Milano questa la vince bene bene, poi secondo me non si ferma più e arriva in finale". Milano dopo il primo quarto era morta, poi ci fu un silenzio surreale al palazzetto, anzi lo definirei un silenzio assordante».
 

Addentriamoci nel flop di Milano, cosa è andato davvero storto secondo lei?
«Credo che Milano abbia perso questo scudetto il giorno dopo aver vinto quello dell'anno precedente. Quando ha iniziato a gestire in modo discutibile l'affaire Alessandro Gentile, almeno io l'ho avvertito così perché mi sono sentito parte in causa per quello che è successo l'anno scorso. Milano vince lo scudetto, io intervisto Gentile ed il giocatore dice di aver sopportato tanto ma ricorda, a soli 23 anni, cosa e quanto è riuscito a vincere con quella maglia. Sembra un addio. Il discorso però è un altro...»
 

Ovvero?
«Il giorno dopo gara-6, da Reggio Emilia si passa al Palalido per la festa scudetto. Il punto da parte della società era "Però poteva risparmiarsela", in riferimento a Gentile ed alle sue dichiarazioni. Io credo che da lì in poi non siano state gettate le basi per fare qualcosa di concreto e di vincente nella stagione successiva. Da li in avanti è partita una gestione non perfetta, in tutto. Una gestione approssimativa dello spogliatoio, del giocatore più pagato e più importante della squadra. La decisione era già stata presa prima? Gentile doveva andare in NBA o da un'altra parte? Allora la dichiarazione di Ale non doveva contare così tanto per la società. Poi nessuno gli ha detto in estate che gli avrebbero tolto la fascia di capitano. Milano si raduna, lui c'è, si allena bene e, a due giorni dalla Supercoppa, gli viene tolta la fascia di capitano attraverso la carta stampata, dandola tra l'altro ad uno dei suoi migliori amici. Un altro passaggio dell'inizio della fine. Da li in poi è stata tutta una rapida conseguenza di quell'episodio. Ripeto però, Milano ha perso lo scudetto del 2017 il giorno dopo aver vinto quello del 2016. In estate poi Milano conferma il giocatore, tra lo stupore generale, forse anche dell'allenatore che a quel punto contava di non averlo più in squadra. Repesa probabilmente cambia progetto tecnico il giorno dopo lo scudetto perché sa che Gentile andrà via, ed invece...»
 

Come possiamo descrivere la stagione dell'Olimpia Milano in una sola parola? Il termine "confusione" può andare?
«
Direi che è assolutamente la parola migliore. Con tutto il rispetto per il lavoro importante e la dedizione da parte del presidente Livio Proli. Quello che tutti vedono chiaramente è che manca una struttura forte con delle deleghe precise, gente che abbia la pallacanestro come pane. Tuttavia, penso che Proli sia stato criticato oltremisura. Io non sono d'accordo con tutti quelli che hanno attaccato violentemente il lavoro di Proli e Flavio Portaluppi. Però, essere un top manager di una grandissima azienda come l'Armani SPA, che conta migliaia di dipendenti e che vale miliardi, probabilmente non è sufficiente. Proli non lo è stato altrettanto con la pallacanestro. Forse a livello societario è mancato proprio questo».
 

E cosa pensa della scelta di Proli di affidare la panchina a Simone Pianigiani?
«Questi non sono i problemi di Milano. L'Olimpia i grandi allenatori li ha sempre avuti. Da quando c'è Armani, sia a livello di sponsor che come proprietà, i grandi nomi sulla panchina milanese non sono mai mancati. Piero Bucchi è un ottimo allenatore, Sergio Scariolo è un grandissimo allenatore e qualcuno lo rimpiange ancora oggi per quello che ha fatto poi con la Nazionale spagnola, macinando vittorie su vittorie. Luca Banchi è un super allenatore, che era arrivato da vincente, dopo aver conquistato lo scudetto a Siena, riuscendo poi a vincerlo ancora con Milano l'anno dopo. Repesa anche. Il problema di Milano non è legato ai nomi, il problema di quest'anno è stato lo spogliatoio, perché se non si fosse rotto qualcosa Repesa sarebbe ancora oggi l'allenatore dell'Olimpia. Pianigiani è un vincente, punto. Penso che la questione debba partire dalla società, che dovrebbe darsi una struttura diversa».
 

Chiudiamo l'argomento Milano e passiamo al mercato, chi si sta muovendo meglio?
«Ci sono tante incognite ma credo che Sassari stia facendo bene, così come Torino, che mi pare abbia intenzioni di fare non bene ma benissimo. Trento poi con le sue conferme, al pari di quelle di Venezia, penso possa disputare un'altra buonissima stagione. I rinnovi di Dominique Sutton, Shevon Shields e Beto Gomes sono tanta roba. Poi ovviamente aspettiamo Milano...»
 

Abbiamo parlato tanto di Gentile, in quale squadra lo vedrebbe bene l'anno prossimo? Se fosse nella testa del giocatore, cosa sceglierebbe?
«Difficilissimo dirlo perché solo lui sa cosa ha passato in questa stagione, soprattutto a livello mentale. Io penso che Alessandro non debba mai scordarsi di una cosa: fino a due anni fa era un giocatore top dell'Eurolega e in ottica NBA. Secondo me non deve andare in realtà che potrebbero non appartenergli. Va bene il rilancio dal punto di vista mentale, posso capirlo, ma la sua rinascita non deve passare attraverso una realtà tanti gradini più giù rispetto al suo potenziale. Credo debba trovare soluzione alta, non necessariamente altissima, ma che gli garantisca grande coinvolgimento».
 

Quindi ha fatto bene a non accettare eventuali scenari in A2? Qualcuno lo aveva accostato a diverse società durante i playoff per la promozione in A. Poi si è parlato anche di Pistoia nei giorni scorsi...
«Ha fatto bene a non scendere di categoria, a prescindere da quale sarebbe stata la piazza in A2. Solo lui può sapere cosa è più giusto ma il consiglio che gli dò è comunque quello di puntare ad un livello molto alto».
 

Alessandro Gentile accostato anche alla Virtus Bologna, che torna in Serie A dopo una stagione in purgatorio.
«La Virtus è un patrimonio di tutti. Massimo rispetto per le cosiddette realtà provinciali ma questa stagione di A2 ha dimostrato più che mai che c'è bisogno delle grandi piazze, di grandi palazzetti, di tifoserie storiche. Capo d'Orlando che arriva ai playoff e batte Milano in gara-1 al Forum è una storia bellissima da raccontare, però poi finisce lì. Resta un concetto complicato, che non vuole comunque andare a togliere gli ottimi progetti di queste squadre. Capo d'Orlando farà le coppe ad esempio, va benissimo, però siamo in un Paese che vive di storia e c'è bisogno di squadre storiche».
 

Quindi è favorevole a più promozioni dalla A2 alla A?
«Sì, certo, ma senza aumentare il numero delle squadre. Il campionato ha bisogno di ritrovare determinate piazze ma aumentare il numero sarebbe un suicidio atomico. Anzi, andrebbe diminuito per cercare di alzare il livello».

 

Ringraziamo Edi Dembinsky per la disponibilità,
Intervista a cura di ALESSANDRO PALERMO