Il ritorno de "La Generación Dorada" (ultimo atto). Forza Argentina... i nostri cugini!

 di Alessandro Palermo  articolo letto 5362 volte
Il ritorno de "La Generación Dorada" (ultimo atto). Forza Argentina... i nostri cugini!

Chi scrive è, praticamente fin da bambino, affascinato dal mondo argentino in tutto e per tutto e, dunque, potrebbe esagerare nel commentare il ritorno de "La Generación Dorada". Manu Ginobili, Andres Nocioni, il portabandiera dell'albiceleste Luis Scola e, dulcis in fundo, Carlos Delfino, di nuovo insieme. Ancora una volta, per l'ultima volta. Teatro di questa rimpatriata nostalgica Rio de Janeiro, Giochi olimpici. Un'esagerazione figlia di un amore viscerale, nato forse senza un vero motivo in particolare ma sicuramente legato a più scenari che possono essere facilemente compresi e capiti da chi ricambia la stessa simpatia per la Nazionale argentina, meno per quelli che dell'albiceleste non gliene frega un bel nulla. Ma d'altonde, non prendiamoci in giro, gli "haters" di Ginobili & Co. non sarebbero nemmeno qui con noi, in nostra compagnia, a leggere questo Editoriale. Quando cito degli scenari mi riferisco a delle situazioni che possono avermi portato ad amare l'Argentina sportiva e non solo. Gli argentini sono così simili a noi: solari, socievoli e passionali come noi italiani. Gli argentini sono i nostri cugini. Dicono che i francesi lo siano ma io credo che ci sono più cugini gli argentini dei transalpini. La comunità italiana residente in Argentina supera le 850mila persone, mentre se calcoliamo anche gli oriundi arriviamo quasi a 25 milioni di persone, oltre il 50% della popolazione... un dato incredibile. Ma si sa, la stragrande maggioranza dei nostri nonni si sono trasferiti in Argentina, la nostra generazione di immigrati ha varcato i confini di tanti paesi ma l'Argentina è stato in assoluto il Paese più "colpito" dalla macchia italica, più del Brasile e degli USA. Lasciandoci alle spalle la storia e venendo allo sport, anche in questo caso trovo una certa "parentela" con questo popolo. A mio parere gli argentini sono i tifosi migliori al mondo. Mi riferisco alla passione per il gioco, nessuno come loro. I nostri cugini vivono di sport, piuttosto non mangerebbero pur di vedere una partita, che sia calcio o basket. Per me la passione è tutto, per questo non riesco a sopportare i "tifosi" americani che riempono i palazzetti della NBA. Quelli non sono tifosi, sono spettatori, il che è diverso. In molti su questo concetto potrebbero pensarla diversamente, ma so anche che tanti altri invece mi stringerebbero volentieri la mano per questa affermazione. Su questo discorso c'è da sempre una notevole spaccatura, c'è chi ama il tifo passionale ai limiti del consentito (come quello serbo, greco, turco) ed, invece, chi preferisce quello genuino degli americani, decisamente più sicuro, educato e rispettoso. Ma gli argentini, a parer mio, sono i migliori: canti, tamburi, bandiere, una festa continua. In Italia, per certi versi, vedo questa passione soltanto al sud, in piazze come Napoli, Salerno, Foggia, Lecce, Messina e Catania, ovviamente mi scuso per non averne citate altre. Per tutti questi motivi - e ne ho lasciati fuori diversi per non diventare noioso - io tiferò la Seléccion argentina alle Olimpiadi, i miei cugini, i nostri cugini. Poi, senza tornare ancora una volta sull'argomento (assai doloroso), la nostra Nazionale a Rio non ci sarà e, duque, pur per qualcuno bisognerà tifare. Sarà l'ultima volta di una squadra storica, l'ultima de "La Generaciòn Dorada", la stessa che fu in grado di battere Team USA. Questa squadra ha fatto la storia, Ginobili e compagnia furono i primi a battere una Nazionale statunitense composta interamente da giocatori NBA (4 settembre del 2002, Indianapolis) e l'unica, in seguito, in grado di batterla un'altra volta ancora. La seconda vittoria arrivò nel 2004, in semifinale, alle Olimpiadi di Atene. Un'impresa leggendaria. In quello storico gruppo c'era anche Carlos Delfino, il quale - fermo da ben 3 anni - sembrava destinato a non calcare più un campo da basket. Ed, invece, ci sarà anche lui, il pezzo mancante del puzzle, l'ultimo pezzo che va a formare (nuovamente e per l'ultima volta) la generazione d'oro del basket argentino. Per questo motivo, quando sono venuto a conoscenza della sua convocazione, ho esultato come un gol per aver letto il suo nome nei 12 selezionati da coach Hernandez. Dunque, incredibile ma vero, ci sarà anche Carlos Delfino a Rio de Janeiro. In molti, questa convocazione a sorpresa, non l'hanno proprio capita. "Ma come, in Argentina si riducono a convocare uno che è fermo da tre anni? Non c'era proprio nessun altro migliore di Delfino?". Credo di aver letto queste frasi almeno dieci volte in questi giorni ma a tanti sfugge una cosa: la passione. Un qualcosa di indescrivibile che, purtroppo, non tutti possono capire. La scelta di Hernandez è sensata e molto intelligente: ha convocato un giocatore affamato, che vuole tornare a riprendersi la scena. Anzi, per dirla alla Delfino: "che vuole tornare a sentirsi un giocatore di pallacanestro". Dategli pure dello scemo a coach Hernandez ma, intanto, ha convocato un elemento fondamentale dell'albiceleste anche in termini di spogliatoio. Delfino giocherà con il cuore e con la grinta, proprio come lo spirito argentino insegna. In bocca al lupo cugini miei, farò il tifo per voi e so anche di non essere l'unico. "Dale Argentina, Dale!"