'Sugar' Ray Richardson "Datemi la Virtus e vinco lo scudetto

10.03.2010 10:52 di  Matteo Marrello   vedi letture
Fonte: Gazzetta di Mantova
Micheal Ray 'Sugar' Richardson
Micheal Ray 'Sugar' Richardson
© foto di © Ciam-Cast

Richardson, alle soglie dei 55 anni è ancora «Sugar»?
«Certo, sarò sempre Sugar».

Sabato sarà il ventesimo anniversario della conquista della Coppa delle Coppe da parte della Virtus. Fu il primo trofeo europeo per le V Nere, cosa ricorda di quella partita contro il Real Madrid a Firenze?
«Mi ricordo che vincemmo contro la squadra di George Karl, ora allenatore dei Denver Nuggets. Alla fine i tifosi invasero il campo, mi sollevarono e mi portarono in trionfo. Emozioni indimenticabili».

Si fece male Brunamonti, ma lei si prese la squadra in spalla e con 29 punti la portò al successo.
«Fui l'Mvp di quella partita, ma devo tutto a Gigi Porelli, un grande uomo. E lui che mi ha voluto a Bologna più di tutti, mi venne a prendere di persona a New York».

Sulla panchina di quella Virtus c'era un poco più che trentenne Ettore Messina alle prime curve della carriera. Com'era allora?
«Messina era già un grande allenatore, conosceva bene il basket ma aveva anche il vantaggio di avere dei grandi giocatori. Senza campioni anche il miglior allenatore del mondo non vincerebbe: un conto è saper disegnare le cose su carta, un altro metterle in pratica in campo».

Poteva immaginare, allora, che sarebbe diventato uno dei migliori allenatori europei?

«Messina ha quello che altri allenatori non hanno: sa come relazionarsi con i giocatori, capisce il gioco e sa renderlo semplice. Rispettava i giocatori e sapeva tirare fuori il meglio da loro, già cos5 giovane faceva intravede re che sarebbe potuto diventare un grandissimo allenatore come poi è successo».

Terminata la sua camera da giocatore si è accomodato in panchina anche lei. Come va? «Sto allenando nelle minors statunitensi da quattro anni, ho vinto due campionati in fila e quest'anno siamo in corsa per fare tris». 


Che tipo di allenatore è? «Un vincente, ero un grande giocatore e ora sono un ottimo allenatore. Mi piacerebbe tornare in Italia da allenatore, il mio sogno è sedermi sulla panchina della Virtus». 


Torniamo ai suoi anni a Bologna: vinceste due Coppe Italia oltre alla Coppa delle Coppe, ma non riusciste mai a conquistare lo scudetto. Perché?
«Non so perché non abbiamo mai vinto io scudetto, ma ci siamo andati vicini nel mio ultimo anno. Quando arrivai, la Virtus non vinceva niente da anni, con me sono arrivate Coppa Italia e Coppa delle Coppe».

Anche adesso la Virtus è una nobile un po' decaduta. Ai di là dell'Eurochallenge 2009, da otto anni» non vince nulla. «Con me da allenatore sono sicuro che la Virtus tornerebbe a vincere».

A distanza di una ventina d'anni, come giudica la sua esperienza qui? «Essere stato a Bologna è stato come vivere un sogno, incredibile, una cosa che non dimenticherò mai. Splendidi tifosi, gente magnifica e i Porelli, che sono stati la mia seconda famiglia».

Cosa faceva nel tempo libero a Bologna?
«Mi piaceva vivere la città, le passeggiate sotto i portici e le cene in fantastici ristoranti con cibo eccezionale. Senza dimenticare le donne più belle del mondo».

Epiche erano le sfide con la Fortitudo.
«Una rivalità fantastica, erano partite entusiasmanti che facevano bene a tutto il basket italiano. La rivalità che più si avvicina a quella bolognese è quella fra Duke e North Carolina nel basket universitario».

Lo sa che la Fortitudo ora è sull'orlo dei fallimento?
«Mi dispiace, sinceramente. Aveva dei grandi tifosi, ma delle squadre deboli e una pessima dirigenza. Se non sai gestire bene il club perdi dei soldi e probabilmente è quello che sta succedendo anche oggi».

II suo miglior e II suo peggior ricordo dell'esperienza bolognese? «Ricordo una rissa terribile a Varese, il peggior ricordo della mia esperienza italiana: io e Clemon Johnson beccammo cinque giornate di squalifica. Il ricordo più bello è invece la vittoria in Coppa delle Coppe, eravamo a Firenze ma tutto il palazzo era bianconero sembrava di essere in Piazza Azzarita, la città era completamente impazzita».

Lo sa che a Bologna non l'ha dimenticata nessuno anche a distanza dì vent'annl? «Tutta la gente di Bologna avrà sempre un posto nel mio cuore e mai potrò dimenticare quello che ha fatto per me la famiglia Porelli. Forse un giorno tornerò».

Luca Aquino