Campi all'aperto, palestre... e altre storie
Campi all'aperto, palestre, palazzetti dello sport, palazzi dello sport, arene: questa è stata l'evoluzione delle strutture della pallacanestro. Stiamo abiurando la nostra memoria storica: i grandi successi sportivi e di pubblico sono legati “all'Età dei palazzi”, quando il nostro sport aveva una dimensione sia metropolitana che periferica. Chi non ricorda la Parini di Cantù o il vecchio Masnago di Varese, sesto uomo nelle sfide alle grandi metropoli? Quante volte in quei palazzi, come al Palalido, si sono ribaltate sfide europee con club blasonati! Le nostre squadre dominavano nelle coppe. Anche il campionato faceva registrare il tutto esaurito in quasi tutti i campi, specialmente in quelli di provincia. Impossibile dimenticare Pesaro, Padova, Gorizia, Trieste, Venezia e tante altre città! Il nostro sport generava interesse, i quotidiani nazionali erano molto attenti alle vicenda del “basket”, la televisione offriva un servizio di livello, gli imprenditori investivano in un movimento frizzante e pieno di gioventù. Gli sponsor erano attirati dalla massa di spettatori e telespettatori di questo sport, sicuramente trascinati dalle vittorie europee dei nostri club. Da troppi anni la sola Siena è rimasta a contendere l'Europa alle “potenze straniere” Nel campionato italiano dominato dalla Montepaschi l'unica variabile è data da quante partite saranno necessarie ai senesi per battere ai play off la sfidante di turno. La monotonia, la noia e la scontatezza del risultato finale sono le principali cause della diminuzione di interesse e di appeal della pallacanestro.
Era anche la stagione dei grandi tornei estivi che si disputavano all'aperto. Avvincenti le partite disputate a Mondello, Cefalù, Chieti... L'unico che si disputava al coperto era Rapallo e proprio lì ebbi l'occasione di giocare a fianco di Bill Bradley che venne invitato dal presidente Bogoncelli. Era incredibile potersi allenare con una stella dell'NBA e cercare di carpire il segreto della sua velocità di esecuzione di tiro e di passaggio. Per diversi anni le estati diventavano una specie di Summer League e la televisione non lesinava collegamenti. Grandi nazionali, grandi squadre ma soprattutto le incredibili armate di Jim (Gim) Mc Gregor che battevano tutti, comprese le super nazionali dell'Est. E' stato il precursore della difesa tutto campo e del gioco libero in attacco: le sue squadre erano un compendio di forza fisica e tecnica. Il mezzo di trasporto preferito dalle squadre di Mc Gregor era il pulmino Volkswagen che faceva tanto figli dei fiori. Come le rock star al loro seguito c'erano sempre le groupies. Il pubblico aveva “fame” di pallacanestro ed era emozionante giocare nelle meravigliose piazze del nostro Bel Paese allestite come campi di gioco con tanto di parquet mobile. Erano gli incredibili anni '70, pieni di tensioni politiche ma anche di voglia di evasione: la gente sprigionava un grandissimo interesse per questo sport tanto diverso dal calcio. Il Paese, calciofilo per antonomasia, stava scoprendo la bellezza della pallacanestro con i suoi super atleti così diversi dallo stereotipo del calciatore brevilineo: l'altezza e l'atletismo degli afro-americani erano inusuali nei campi di calcio, quei “giganti” sembravano dei ballerini!
Tutti quelli che hanno giocato potrebbero raccontare decine di storie, magari anche romanzate, che riguardano i palazzi dello sport. Alcuni giorni fa ero nelle vicinanze del Palalido; mi sono passati davanti agli occhi molte immagini di una pallacanestro che non esiste più. P.le Stuparich, quante storie sportive hai visto! Sono molto legato al Palalido sia nel bene che nel male. In quel palazzo dello sport ho esordito con la maglia dell'Innocenti e per un ragazzo di 16 anni avere l'opportunità di far parte dell'Olimpia è qualche cosa che difficilmente può essere spiegata. In panchina c'era Rubini; in Sede mi aveva detto semplicemente che la domenica avrei fatto parte della Serie A . Era un sogno che si stava avverando. A questo Palazzetto è però legato anche un momento molto brutto della mia vita. Due anni dopo, un lunedì precedente una partita di Coppa delle Coppe, stagione Cinzano, ebbi un incidente bruttissimo. Il mio concittadino Brumatti mi diede una spinta mentre stavamo giocando una partitella di rifinitura facendomi cadere nella seconda fila del parterre. Commozione celebrale, perdita di conoscenza per una ventina d'ore, ma danno ancor più grave, mi ruppi il ginocchio. Il primo a soccorrermi fu Mike Sylvester; mi raccontarono in seguito, perché ero incosciente, che vedendo tutto il sangue che mi copriva la faccia esclamò: “E' morto!”. Ricordo ancora le parole del Prof. Pietrogrande che, dopo l'intervento, con grande onestà mi disse: “Non ritornerai mai più come prima”. Quel giorno finì la mia carriera di giocatore di primo livello in quanto l'elasticità e la rapidità erano state perse irrimediabilmente. Cosa divertente fu che al ritorno dalla clinica, un paio di giorni prima del previsto, trovai che dormiva nel mio appartamento un giocatore americano appena arrivato dagli Stati Uniti. La cosa che mi dispiacque maggiormente fu che Pino non si scusò mai per quel gesto inconsulto anche se poi giocammo due anni assieme a Torino. Mi auto definisco il miglior giocatore “zoppo” di sempre perché tutto sommato giocai ugualmente 10 stagioni in serie A, riuscendo ad essere nominato da SuperBasket “rientro dell'anno”. Da quel brutto incidente però trassi una grande morale: non bisogna mai credersi invincibili. Una delle persone a cui sono legato da profonda gratitudine è Sandro Gamba che l'anno dopo mi richiamò in A nella Chinamartini a Torino. A Udine il prof. Franco Colle, allenatore del campione europeo di atletica Venanzio Ortis, mi ridiede una corsa accettabile. Questo lo dico per i ragazzi: ricordatevi che nello sport, ma anche nella vita, tutto può cambiare in un attimo per cui cercate sempre di continuare gli studi per pianificare la vostra vita al meglio.
Parte integrante del Palalido era il custode Zaccaria che tentò il record di chilometri percorsi in 24 ore e l'impresa non gli riuscì per poco, ma ci fu lo stesso il festeggiamento del “maratoneta” che era stato assistito dal mitico Cattaneo. Chi frequentava, in quegli anni, la Palestra secondaria per assistere agli allenamenti avrà ancora nelle orecchie il tamburo della ginnastica ritmica; anche quando le ginnaste non si allenavano tutti urlavano come dei pazzi perché ormai quell'infernale rumore era entrato nel cervello. L'anno scorso vedendo una partita della squadra Juniores dell'Armani sentivo quel fastidioso sottofondo anche se adesso c'è la palestra dei pesi e sono passati più di trenta anni.
Chi giocava in quegli anni si ricorderà del fumo che nell'intervallo fra il primo e il secondo tempo diventava “nebbia in Val Padana”. Per il sottoscritto il divieto di fumo nei luoghi pubblici è stata una delle più grandi conquiste della società civile: era veramente pazzesco che all'interno degli impianti di gioco si potesse fumare.
Ci sono pochi impianti che creano l'emozione del Palalido: solo Piazzale Azzarita di Bologna, il Madison Square Garden italiano, e l'Eur, il palasport delle Olimpiadi di Roma, emanano lo stesso fascino. E' sempre emozionante giocare o assistere alle partite in quegli impianti anche se sono datati. Ho avuto la fortuna di giocare alla Misericordia di Venezia dove sembrava di essere in visita a un museo; ho letto con piacere che è stata fatta dalla Reyer un'azione di recupero architettonico per riportarla al suo splendore. Non voglio sembrare un anacronistico nostalgico, ma fanno parte integrante del movimento. Le nuove Arene danno l'idea dei gladiatori, tutte terribilmente simili, non hanno un'anima, puoi trovarti a Londra come a Parigi senza accorgerti. Sono impersonali anche se belle e funzionali.
Ci fu la breve stagione del Palazzo di San Siro struttura a mio avviso non idonea alla pallacanestro, visto che il primo spettatore era a distanza siderale dal campo e c'erano pochi punti di riferimento per i giocatori; non sapevi dove ti trovavi in campo. Erano talmente lontani gli spogliatoi che all'intervallo se non eri lesto non riuscivi neanche ad arrivarci, chiaramente sto esagerando un po' ma la sostanza non cambia: era nato per il ciclismo (Sei Giorni), e come scriveva Aldo Giordani: “Fregaselle, pedivelle frega un tubo”. Penso che quando crollò nessuno abbia versato una lacrima.
Sarebbe bello se tutti gli addetti ai lavori si raccontassero rendendo note storie personali che andrebbero ad arricchire il movimento. Non prendiamoci troppo sul serio, sdrammatizziamo un po'; in un momento storico così difficile, lo sport deve essere un momento ludico, non di ulteriore dramma. Per l'amor del cielo, giusto pensare alle riforme dei campionati, alle squadre che sono in difficoltà finanziaria, alla mancanza di pubblico,... ma caspita, facciamoci anche due risate con qualche aneddoto divertente!
Buona Pallacanestro a Tutti
@ riproduzione riservata