Micov, l'arma totale: Cantù ha il suo Bodiroga

Fonte: La Gazzetta dello Sport
Vladimir Micov
Vladimir Micov

Ci ricorda qualcuno... Quando Vladimir Micov s'è messo a portar palla in slow motion, anche contro il pressing, dall'alto dei suoi 203 centimetri, dando 9 assist e leggendo le mille difese del Maccabi come un giallo di cui conosceva l'assassino, l'accostamento a Dejan Bodiroga è apparso perfino banale. Anche a Vlado: «Quando ero ragazzo, molte volte sono stato paragonato a lui. Per il fisico simile, la capacità di giocare uno contro uno e il pick and roll pur senza essere molto veloci, la versatilità che mi permette di ricoprire 4 ruoli da play a ala grande. Anche oggi, questo paragone mi onora». Bravi tutti, ma senza la partita straordinaria per q.i. cestistico e efficacia di Micov, la Bennet Cantù non avrebbe vissuto una notte memorabile contro i vicecampioni d'Europa, tenendo vive le ambizioni in Eurolega. Non è una novità che Micov giochi in regia, marchi ogni tipologia di avversario, ma col Maccabi (record di punti e assist in Eurolega) si è superato. Eppure quando era arrivato a Cantù, nel 2010, sembrava aver già perso il treno importante della sua carriera, a Vitoria.

Chi le ha insegnato a giocare così?
«Vengo da una piccola società di Belgrado, il Beopetrol, molto noto per il settore giovanile. Gioco anche play perché è il ruolo in cui ho cominciato, prima di crescere di 20 centimetri. In Serbia, i giovani non sono divisi in guardie, ali e pivot, tutti devono sapere fare tutto, anche ai lunghi viene insegnato a palleggiare e ad attaccare il canestro in uno contro uno».

Poi cosa è successo?
«Sono stato 4 anni al Buduc-nost. Credo che per un giocatore giovane la cosa più importante sia la stabilità tecnica, il poter lavorare per più anni in una società seria dove possa esprimersi e crescere. Come Cantù, con cui ho fatto il passo successivo, giocare in Eurolega. E sono ancora giovane».

La Nazionale?
«Ho fatto tutte le giovanili, credevo di meritare una opportunità con la rappresentativa maggiore. Ma mi hanno convocato solo per la squadra delle Universiadi, ed era un passo indietro. Ho rifiutato e credo che con Ivkovic troverò sempre la porta chiusa anche se giocare in Nazionale resta il mio grande desiderio. Mi hanno offerto di farlo per il Montenegro e la Macedonia ma sono serbo».

Perché Cantù fa partite straordinarie col Maccabi ma in campionato ha perso 6 volte su 9 in trasferta, spesso male?
«Facciamo fatica a prendere il ritmo giusto sul doppio impegno, forse per riuscirci ci vorrebbe una rosa di 12 giocatori. In più i nostri big hanno 36-37 anni: sono fantastici ma non più giovani».

E' d'accordo che Cantù può vincere lo scudetto?
«Sì. Siena, lo dice la classifica, non è più quella degli anni passati, Milano l'abbiamo battuta di 25 punti. Ma Bologna e Pesaro sono cresciute tantissimo: per lottare per il titolo dobbiamo avere il fattore campo a favore, quindi arrivare secondi. E cominciare a vincere con continuità in trasferta».

E' felice a Cantù?
«Si molto. Un piccolo posto con una grande società e un allenatore che sta facendo un lavoro incredibile. Il nucleo della squadra è rimasto uguale negli ultimi anni ma continua a crescere. Guardate le statistiche, non ci sono stelle, tutti segniamo più o meno gli stessi punti. Avere una forte componente europea ci aiuta: gli americani spesso pensano troppo a se stessi».

Luca Chiabotti

Redazione Pianetabasket.com
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