Pianigiani azzurro difficile
Dato per scontato che una battaglia persa non significa la capitolazione in una guerra, che Simone Pianigiani era la miglior opzione italiana ma aveva bisogno nel suo passaggio dalla “Mensaniade” di un tutor che avrebbe dovuto essere Charlie Recalcati del quale è stato assistente. Ma in tre giorni il Charlie nazionale è stato confermato da Meneghin e poi scaricato (con tanto di onerosa buona uscita), e la panchina azzurra durante agli europei erta stata offerta a vari allenatori stranieri (Blatt, Repesa) per cui è venuta, alla fine, questa scelta novembrina del part-time criticata per primo proprio dal capo del CONI, Gianni Petrucci. L’autorità vigilante dello sport italiano si è poi diplomaticamente corretto sottolineando le sue virtù, ad esempio che l’ex figurino della Lupa è nu bello intelligente guaglione e che non sbaglia mai i congiuntivi.
Filosoficamente le pagine più belle del nostro basket sono state legate a grandi binomi, vedi Primo-Coccia, e poi Gamba-Rubini (e un certo Petrucci in veste di Richelieu) e il sistema ha retto con Tanjevic-Maifredi e Recalcati-Maifredi fino a quando la gestione della Federazione non ha via via delegato al campionato la sua rappresentatività. Quando la federazione già indebolita non ha retto l’urto dei nuovi padroni del basket, è arrivato il golpe (romano) che ha deposto da un giorno all’altro Fausto Maifredi e da Team manager, ruolo perfetto, Dino Meneghin è stato portato al vertice con una struttura fragilissima senza vero pedigree.
Avevo scritto un anno fa che, alla fine, il Gigante-Monumento del basket sarebbe stato incatenato dai suoi lillipuziani, come Gulliver. Così è stato, l’impressione è che le sue decisioni vengano prese altrove, e che l’inciucio nazionale-campionato non porterà nulla di buono. Ognuno deve stare al suo posto, Petrucci che in questa storia il Richelieu si è bloccato, si limita (o deve limitarsi?) a fare da motivatore. “Noi crediamo che questo sia un gruppo vincente. La prima partita è sempre la più difficile ma dovete crederci, perché ognuno di voi potrebbe giocare in una grande squadra in Europa. In questo momento di crisi generale per lo sport la pallacanestro deve dare un segnale importante. Si sta ricreando interesse attorno alla Nazionale dobbiamo continuare su questo percorso. Chiudo con un aforisma: Se vuoi arrivare corri; se vuoi vincere corri insieme”, sublime questa sua dichiarazione dettata all’Ufficio Stampa e arrivata alle 15.30 dello stesso giorno della gara, accompagnata da quella del suo “figliol prodigo” Meneghin giusto per tentare con un illustre puntello di dare il proprio contributo. Anche se probabilmente i giocatori avevano la testa in altre cose, si stavano chiedendo come evitare dei apparire dei Patroclo, o in quale posizione avrebbero giocato, o più semplicemente se mai avessero giocato con Israele. Vedi ad esempio Giachetti e Mancinelli fondamentali nelle formazioni titolate di Roma e Milano che avrebbero fatto comodo, anzi indispensabili e non solo alla luce del 5 su 30 da Guiness nel tiro da fuori e delle prove modeste dei prescelti. A parte i due più illustri esclusi (gli altri erano Cavaliero e Lechtlaler) mentre se nel calcio il miglior play italiano venisse portato in squadra solo per partecipare al riscaldamento il coach della nazionale verrebbe metaforicamente messo al rogo.
Qui invece è tutto normale, tanto il basket è uno sport che non fa opinione, o meglio non deve fare opinione. Si porta dietro un certo costume che fino a un certo punto è stata la sua forza, considerato in chiave sociologica come lo sport che ha inventato le sponsorizzazioni fino a quando l’aspetto del business ha avuto la prevalenza, a detrimento di tanti valori, e della valorizzazione dei vivai. Tanti grandi imprenditori ci hanno rimesso soldi a palate, ma oggi in un sistema più povero economicamente è possibile partire da zero e accumulare grandi fortune, magari anche comperarsi una grande arena se possiedi grinta imprenditoriale. Questo è positivo, ma solo se il contesto generale è livellato, professionale, non così squilibrato, i budget sono omogenei e non una squadra da playoff costa un decimo di un’altra. Tutto diventa parossistico, per cui è meglio allora trasferire direttamente la gestione della nazionale a questi nuovi manager, e che si prendano gli onori e anche gli eventuali oneri.Le cose andranno sicuramente meglio.
Nella presentazione delle nazionali avevo rivolto tre domande ai due allenatori, alle quali è venuta una risposta negativa sul campo. La quarta non l’avevo tirata fuori per carità di patria, quella che non si può arrivare il giorno della partita a scegliere i 12 che vanno in campo, situazione che riflette dubbi e incertezze che si riflettono sulla squadra. Sbagliavo?
Dopo la gara, e il 5/30 nel tiro dall’arco dell’Italia maschile mi chiedo se un Giachetti ben motivato sia meglio dell’oriundo di Chicago Tiny-Tony Maestranzi, se Mancinelli avesse la bua perché è inconcepibile mettere fuori un giocatore esperto, che gioca in 2-3 ruoli, che piace ai compagni, e che agonisticamente non si tira mai indietro, anche se bisogna far volare i pugni come è successo l’anno scorso col Canada, giusto per dare la scossa. E i 29 tiri liberi concessi agli israeliani, il doppio è la conferma di un gioco all’italiano, troppo perimetrale, ma se hai un machete come Poeta (miglior penetratore della squadra) e un Aradori e non li usi, allora è giusto finisca così, almeno si è costretti a ripartire da zero, a fare scelte definitive perché questo pre-europeo è un mese di gare ogni 46-36 ore a tutte le latitudini, dalla Finlandia a israele.
Non bisogna prendersela con “Bibì & Bibò”, ovvero Bargnani e Belinelli, al quali si chiede fin troppo, ma con 40 punti totali su 71 è sballato il discorso di team caro a Pianigiani, il quale –poveretto - è stato tradito su tutta la linea dalle sue scelte peculiari,. Sì anche dal fidato Carraretto che a 33 anni, premiato dal suo coach, l’ha ricambiato con uno zero su 5 impossibile con Siena. Mi direte, ma Siena aveva McIntyre e Sato e tutto il resto, perché allora prendere Aradori?. Su queste cose dovrà riflettere “Supersimo” che ha il 93 per cento di vittorie nell’epopea paliesca (Mensaniade) ma lo 0% (zero per cento) nelle ultime quattro uscite, e dedicarsi meno alle conferenze stampa (che penso gli siano prescritte, anche per il look e l’uso perfetto del congiuntivo, e ci mancherebbe anche per un nipotino di Cecco Angiolieri) e riflettere onestamente se questo inizio deludente sia colpa del sistema, o se la squadra sia al limite del burn-out, e non sia il caso di rivedere le scelte sulla formazione e il tipo di gioco. Fortunatamente non è successo nulla di irreparabile, anche se questa Israele home made e il bau-bau è il Montenegro di Dule Vujosevic e Nikola pekovic (26 punti) che rifila 30 punti alla Lettonia.