Risse, follia e alcol Artest...dall'inferno al trionfo dei Lakers

19.06.2010 11:40 di  Matteo Marrello   vedi letture
Fonte: Corriere della Sera
Rom Artest
Rom Artest

Ora che il Grande Incubo dei Lakers è svanito, ora che la resistenza, ma non la generosità, dei Boston Celtics è stata domata in una gara 7 infinita per emozioni e conclusasi per 83-79 a favore dei californiani, ora che Los Angeles ha vinto il suo i6° titolo Nba, secondo consecutivo, ci sono almeno due storie da raccontare. La prima ci porta in Europa. La Nba multietnica e planetaria prende atto che i due punti risolutivi li ha segnati uno sloveno, Sasha Vuja-cic, con trascorsi a Udine: è uno specialista del tiro e a volte gli capita di dover entrare a freddo e di avere pochi minuti per combinare la cosa giusta. Nella partita della verità ha avuto, dalla lunetta, l'occasione per mettere in cassaforte il trionfo: la palla ha accarezzato morbidamente la retina. E come dimenticare Pau Ga-sol, catalano, tre stagioni nella Nba, tre finali e due titoli, proprio uno dei quei giocatori che incarna il concetto di una Nba non più e non solo in mano agli americani? Ha sbagliato di più del solito, ma quando si è trattato di vincere, lui c'era. Come al solito. Grinta, coraggio, agonismo, la faccia buttata in mezzo alla mischia: un canestro magico, contro Wallace e Pierce addosso, un rimbalzo offensivo strappato a Rondo. Sono solo un paio di «graffiti» del Gasol macchina da vittorie. «Senza di lui non ce l'avremmo mai fatta» ammette il capobranco, Kobe Bryant. La seconda storia, invece, ci conduce a uno degli episodi più brutti della Nba: la rissa collettiva in Detroit-Indiana del novembre 2004. La pena più dura toccò a Ron Artest: un anno intero di sospensione. Scostante, duro, (è in terapia psichiatrica e l'analista che lo segue è la prima persona che ha ringraziato), Artest è il cattivo per definizione. Una macchia che l'ha accompagnato nel vagabondare nella Nba, durante il quale ha anche ammesso di essersi spesso ubriacato. Los Angeles la scorsa estate gli ha dato fiducia (con 33,5 milioni di dollari nel contratto) e la sua gara 7 è stata una partitissima da 20 punti, 5 rimbalzi e una tripla a un minuto dalla fine che, a ben vedere, ha spaccato l'equilibrio. «Adesso anch'io ho vinto» ha urlato ai quattro venti. «Ron ci ha ridato vita quando eravamo quasi morti» è la sentenza di Phil Jackson. Sì, con Boston a più 13 nel terzo quarto, si è fatto largo proprio quello brutto e cattivo. I Celtics hanno di nuovo perso il controllo aereo (53 contro 40 i rimbalzi per i Lakers, 23 dei quali offensivi), ma non hanno replicato lo sgarbo del 2008 perché in quelle fasi non hanno avuto un Artest. Eppure, nonostante questi eroi, la Nba si interroga già se Jackson 11 titoli, 6 a Chicago e 5 a Los Angeles tornerà sulla panchina dei Lakers oppure se si ritirerà per gli acciacchi fisici e una dolorosa artrite: «Avrei ancora fame, ma devo riflettere sul mio corpo: deciderò in questi giorni». Subito dopo il caso-allenatore, c'è Bryant. Fuori mira (6-21) ma capace di catturare rimbalzi importanti, di segnare dalla lunetta e di spingere i Lakers nel feroce testa a testa: «La mia vittoria più dolce e dura». Kobe, numero uno delle finali. Al quinto titolo Nba davanti a lui restano solo Jordan e Jabbar con sei il ragazzo cresciuto in Italia aggiunge la seconda nomination individuale. Il tormentone di Los Angeles da qui in poi è questo: Bryant è il migliore di sempre dei Lakers? Tanti dicono di sì, ma non pochi lo ridimensionano: «Jabbar e Magic Johnson vengono prima». Il dibattito è solo all'inizio.

Flavio Vanetti