A Roma il Jumaine-show
Sotto la cenere delle prime due sfide molto combattute e contrastate in realtà c’era già il segnale di una sentenza bruciante, perché è difficile rimontare da 0-2 se non possiedi il callo dell’esperienza e per tutta la stagione hai fatto su e giù. E quindi gara3 della parte bassa del tabellone segna l’esplosione di Caserta e Milano che adesso si affrontano nella semifinale, mentre s’era già capito nelle ultime giornate di regular season che Roma era tornata la squadra balzana e non è servito l’additivo di prendere all’ultimo momento americani del tutto alieni dal contesto e l’eroica Montegranaro delle due partite di Milano, danneggiata vistosamente, aveva consumato tutto il suo sistema nervoso messo nuovamente a dura prova dagli arbitri, vedi i falli di Brunner.
Torna dunque Caserta, unica squadra del sud ad aver vinto lo scudetto ai tempi della famiglia Maggiò, degli scugnizzi lanciati da Tanjevic e Marcelletti, un grande gm quale Giancarlo Sarti, l’immenso Oscar le cui gesta sono rivissute grazie a Jumaine Jones, una star della NBA, una razza che sembrava estinta per un campionato italiano che ha ingozzato di quattrini polli d’allevamento di varie scuole facendo crescere male i suoi. Complimenti a Rosario Caputo, il presidente del ritorno in A due anni fa e del rilancio, dalla salvezza al ruolo di anti-Siena grazie anche a un mix giusto e a coach Sacripanti arrivao da Cantù via Pesaro.
Il JJ-show romano, 30 punti, granate e rimbalzi, 50 di valutazione, rimarrà forse la partita più spettacolare e determinate di questo playoff che continua dunque senza gli unici progetti veri della stagione, quello italiano di Roma e di Treviso che non erano e non sono un bluff essendo le due uniche squadre ad aver battuto l’imbattibile Siena che col 3-0 riguadagna fiato e può concentrarsi sul mercato per la prossima stagione in attesa di conoscere se la prossima avversaria sarà Cantù o Bologna.
Le polemiche per gli errori degli arbitri di Milano e gli inviti alla calma dei dirigenti marchigiani al pubblico hanno tagliato le gambe alla battagliera Montegranaro, ma non meno un paio di falli di Greg Brunner, il pilastro sotto canestro, che hanno permesso alla sorniona Milano di chiudere la faccenda. Milano è certamente la squadra più italiana di questi playoff, sono stati decisivi i ben 34 punti (sui 75) di Bulleri (12), Mancinelli e Mordente (11) che non sono ragazzi di primo pelo. Gli ultimi arrivati Monroe (2 punti) e Arnold (3 punti) hanno fatto tappezzeria come Becirovic (4 punti) e Viggiano (2), quando questi quattro illustri panchinari potrebbero costituire la base per una squadra ambiziosa, tanto per capire la filosofia di questa squadra Milano molto operaia sul campo ma generosa nel far arrivare dei giocatori per ingrossare la panchina. Niente a che fare con Dan Peterson la cui grandezza era insista anche nei risparmi che procurava ai suoi datori di lavoro.
Milano ha cambiato ritmo e personalità con l’ingresso di Bulleri, l’ex play azzurro, e di Mancinelli che ha diviso tutta la stagione il ruolo con Hall che in attacco ha perso la sua imprevedibilità, la svolta si è avuta sul tiro da 3 (8/15 per Milano, dunque il 53%) e con i rimbalzi (32-27). Bravissimo il play Cavaliero quando invece tutti vedevano in Maestranzi, inferiore alle attese, un probabile azzurro, il futuro è anche Deian Ivanov mentre i 5 falli di Greg Brunner sono la nota amara.
Le stoccate e gli stacchi felini di Jumaine Jones (30 punti in 32’, 6 falli commessi, 7/8 da 3, 7/8 ai liberi, 16 rimbalzi) hanno giustificato il costo del biglietto, i romani – a cominciare dal loro coach Boniccioli – nutrivano fiducia, ma ancora una volta c’è stato un corto circuito, soprattutto in Jaaber (3/8 e 6 palle perse), lo slavo Dragicevic e gli italiani Gigi Datome e Luca Vitali. Ok Giachetti e Winston, qualcosa ha fatto anche Crosariol, il dentro e fuori di Boniciolli ha forse acuito più le incertezze che messo una pezza alle lacune, ha squadra ha lottato (23 palle recuperate) ma ha chiuso una serie tragica come percentuali nel tiro da 3, con il 5/20 (25%) che è forse fatalismo e corto-circuito di gioco di squadra, e l’arrivo di Washington forse è stato un boomerang. Le squadre non si costruiscono nei playoff, ma durante la stagione.
Infine tiene banco l’eco della dichiarazione del presidente della Benetton dopo l’eliminazione contro Siena. Giorgio Buzzavo aveva detto ai microfoni di Sky e riportato dai giornali questa frase in un contesto di autocritica per la stagione e di elogio per il comportamento della squadra e del suo coach Repesa: “Voglio riguardarmi questa partita con calma, non so se gli arbitri ci hanno penalizzato, in gara2 sicuramente sì (quella dei 20 falli contro 25 in una gara finita 83 pari dopo 40’, ndr). Io non voglio dire che gli arbitri non sappiano fare il loro mestiere, ma semplicemente che non riescono a tenere tutta questa pressione, proprio non ce la fanno a gestire gare di questo livello. E finiscono sempre per soffrire di eccessiva sudditanza per questa Siena».
L’argomento della “sudditanza psicologica” è nuovo, almeno negli ultimi 30 anni del basket. E richiama le scellerate storie del calcio che hanno portato Moggi e la Juventus sul banco degli imputati, con uno scudetto tolto a tavolino. Chiaramente se una persona tanto equilibrata, con un passato di giocatore, e un ruolo strategico di responsabilità in un’azienda “ramo Benetton” da oltre 20 anni, che ha scelto da sempre di stare sotto traccia, non si è mai sbracciato davanti ai fotografi per alzare i moltissimi trofei oscurando giocatori e allenatori e viene elogiato da Petrucci per progetti sociali come quello dei Parchi Giochi per i bambini, afferma questa cose, bisogna prenderne atto e dare delle risposte.
Il settore arbitrale con annessi e connessi (commissari, capi e capetti) è un malato strano, regna confusione, anarchia, è servo di troppi padroni ed interessi che vanno messi a fuoco, non possiamo aspettare il processo di Reggio Calabria che – sembra – si voglia portare da un’altra parte. Questa una priorità urgente. Più di della nascita di un campionato improbabile per recuperare le grandi città annunciato da Meneghin quando ancora gli esperti di marketing della sua agenzia di Milano stanno decidendo ancora il nome. Stiamo sul pezzo. Per prima cosa la Fip dovrà aprire un’inchiesta su questa frase, chiarire se questa “sudditanza” esiste o no, e semmai a quali livelli, se è una frustrazione generale, un particolare stato mentali degli sconfitti o è suffragata da fatti e circostanze che devono però essere fondate e dimostrate. In senso oggettivo, invece, bisogna riportare gli arbitri interamente nel proprio alveo, la Fip, o cederli in blocco alla Lega, serve un cambiamento radicale e manageriale-neutrale della struttura di gestione che di fatto si autogestisce, tutta di colore grigio: ma Meneghin si è accorto che sono arbitri il designatore, il presidente del CIA e il presidente del sindacato che lo contesta?. Questo è un integralismo – come dire? – peloso e litigioso.. Altrimenti?. Altrimenti la mentalità imperante (e l’impunità di certi comportamenti oggetto di triste letteratura giudiziaria che per il codice sportivo significa mancanza al principio di lealtà e onorabilità) potrà solo peggiorare.